Non potevamo fare a meno di chiede lumi al Generale di Corpo d’Armata Giovanni Ridinò, quale esperto in crisi belliche e che ha avuto l’alto incarico di Direttore della Cellula Strategico Militare dedicata all’UNIFIL presso le Nazioni Unite in New York
Le forniture e gli aiuti strettamente militari e di difesa stanziati dall’Unione Europa e dai singoli Stati membri a favore dell’Ucraina ammontano, fino ad oggi, a circa 93 miliardi di euro. Il comune cittadino europeo nell’apprendere tale notizia si pone un interrogativo: “Ma lo Statuto europeo prevede tale gigantesca spesa per aiutare una Nazione che non fa nemmeno parte del Sodalizio dell’UE?
A livello dei Trattati, esiste un limite stringente per quanto riguarda la difesa: l’Articolo 41, paragrafo 2, del TUE stabilisce che il bilancio ordinario dell’UE non può essere utilizzato per finanziare spese derivanti da operazioni che hanno implicazioni nel settore militare o della difesa. Ma per superare questo vincolo giuridico, l’Unione utilizza dispositivi finanziari extra budget, finanziati direttamente dagli Stati membri al di fuori del bilancio comunitario e lo Strumento europeo per la pace (EPF) è un fondo fuori bilancio istituito dal Consiglio dell’Unione europea che permette di finanziare azioni operative che rientrano nella Politica estera e di sicurezza comune (PESC), incluse le forniture di equipaggiamento militare, armamenti e addestramento a forze armate esterne all’Unione impegnate in un conflitto.
I dati ufficiali del Consiglio dell’Unione europea mostrano che la somma di 93 miliardi sia il risultato di diverse linee di finanziamento attivate dall’inizio del conflitto: 77,9 miliardi provengono fin dall’ assistenza militare diretta fornita dai singoli Stati membri e dai rimborsi gestiti centralmente tramite lo strumento finanziario noto come European Peace Facility (EPF); 11,7 miliardi di euro dalla componente difesa, i restanti fondi sono legati ad altri programmi europei di cooperazione. Ma la cosa che lascia perplessi è che il modello di aiuti stia per cambiare, ovvero l’ Europa non si limita più a inviare armi dai propri magazzini, ma finanzia direttamente l’industria della difesa interna ucraina per produrre armi in loco. In queste ultime settimane si sono registrati passaggi molto consistenti: lo sblocco di 6,6 miliardi di euro dall’EPF ed un nuovo pacchetto di 3 miliardi, pronto per essere versato, a seguito dei colloqui tra il presidente Zelensky e la presidente della commissione europea Von Der Leyen per la difesa aerea e la protezione dello spazio aereo.
L’Italia ha stanziato finora circa 6 miliardi di euro per aiuti bilaterali diretti all’Ucraina per la fornitura di armi ed equipaggiamenti. L’Italia ha inviato inoltre sistemi missilistici SAMP/T del valore stimato di 500 milioni di euro l’uno, circa 400 veicoli cingolati da trasporto M113, sistemi di sorveglianza satellitare e missili Storm Shadow. Ancora l’Italia, a questa spesa ha aggiunto un contribuito di circa 390 milioni di euro al Fondo European Peace, per i rimborsi delle armi a Kiev. In termini ancora più chiari, dall’inizio del conflitto Russo Ucraino, l’Italia ha sborsato una “non modica” cifra di 15 miliardi di euro.
I risultati di oggi? Il Donaldino statunitense chiude l’accordo con Putin per la fornitura di 300mila tonnellate di diesel per il fabbisogno americano e manda un consiglio a Zelenski, quello di dimettersi e indire nuove elezioni. Conseguenze? L’intera Unione Europa si trova con il sedere per terra, per il caro carburanti e forniture energetiche che non vedono ribassi, ne a breve e a medio termine, e la Sicilia in preda a scioperi ad oltranza nel settore della pesca, dei trasporti e dell’agricoltura per il caro carburanti.
Non potevamo fare a meno di chiede lumi al Generale di Corpo d’Armata Giovanni Ridinò, quale esperto in crisi belliche e che ha avuto l’alto incarico di Direttore della Cellula Strategico Militare dedicata all’UNIFIL presso le Nazioni Unite in New York.
Signor Generale eccoci qui a riprendere il tema “Conflitti” e il volta faccia di Trump nei confronti dell’Ucraina e, a quanto pare dell’intera Europa.
“Buongiorno a lei dottore, al Direttore di Newsicilia, dottor Sergio Regalbuto, e all’intero Staff di Redazione. Trump a sorpresa, si fa per dire, ormai il Presidente USA ci ha abituato ad uscite sorprendenti, ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con Putin per una fornitura di 300.000 tonnellate di diesel. Il motivo dichiarato è quello di cercare di abbassare il costo del gasolio negli USA. E’ evidente che questo accordo getta alle ortiche le sanzioni verso la Russia, anche quelle più recenti, consentendo a Putin di rimpinguare un po’ le casse anche con lo sblocco di alcuni beni che rimangono congelati dal 2022. La cosa che più incide sulla situazione attuale è l’abbandono di Zelensky e l’invito a farsi da parte per dare all’Ucraina un’altra guida capace di scendere a compromessi con la Russia di Putin”.
Forse la causa di questo irrigidimento va ricercata nel fatto che Zelensky abbia disatteso l’invito a non bombardare le infrastrutture energetiche russe?
“Forse è il termine più azzeccato. Forse per non aggravare ancora di più la già precaria situazione dei rifornimenti dei prodotti petroliferi a causa della chiusura dello stretto di Hormuz e di quello di Bab al- Mandab nel Mar Rosso con il conseguente aumento del costo dei carburanti anche per gli americani. Notizie dell’Ultima ora sembrano confermare il raggiungimento di un accordo di tregua limitatamente alle strutture energetiche. Non sembra, al momento, ci siano spiragli per una tregua di 60 gg chiesta dagli ucraini per poter dare il via alle elezioni. Così come credo che l’irrigidimento attuale è anche nella continuità di quanto si era già palesato nell’incontro tra Trump e Putin, in Alaska nell’agosto del 2025, con cui il presidente degli Stati Uniti pensava di trovare un accordo per la fine delle ostilità. Accordo mai concretizzato per l’opposizione dei due contendenti e per la scarsa lungimiranza di un’Europa che, forse, ha soffiato sul fuoco nell’illusione di una possibile vittoria ucraina a cui pochi davano credito”.
Trump, però come sempre, pensa agli interessi del suo paese “America First”, ma anche ai suoi, in vista delle prossime elezioni di “middle term”, nel prossimo mese di novembre, che potrebbero risultare sfavorevoli ai sostenitori repubblicani.
“Una iattura perché la possibile perdita della maggioranza su uno o su tutte e due i rami del Parlamento finirebbe per condizionare o, addirittura, bloccare ogni iniziativa presidenziale. Non sono tuttavia queste migliaia di tonnellate di diesel , a mio modesto avviso, che possono influire in modo significativo il mercato dei prodotti petroliferi. È l’incertezza generale sulla situazione dei conflitti e soprattutto quello in corso contro l’Iran che fa impennare i prezzi sul mercato internazionale”.
Trump ha affermato che non attiverà alcuna azione militare contro l’Iran fino all’esito acquisito del risultato delle elezioni. In realtà questa affermazione è la conferma della palese difficoltà degli USA nel sostenere in modo diretto o indiretto due conflitti.
“Come ho già sostenuto in precedenti considerazioni, gli Stati Uniti e l’Europa hanno una capacità industriale di produzione di armamenti sofisticati commisurata ad una situazione di conflitti di bassa – media intensità e non sono in grado di consentire un sostegno continuo alla condotta di operazioni caratterizzate da un consumo sostenuto e su più fronti che richiede una struttura industriale tipica delle situazioni di guerra”.
E l’accordo Usa Russia avrà delle ripercussioni per l’intera Europa?
“Come ho già sostenuto in precedenti considerazioni, gli Stati Uniti e l’Europa hanno una capacità industriale di produzione di armamenti sofisticati commisurata ad una situazione di conflitti di bassa-media intensità e non sono in grado di consentire un sostegno continuo alla condotta di operazioni caratterizzate da un consumo sostenuto e su più fronti che richiede una struttura industriale tipica delle situazioni di guerra”.
Già, come la continua la crisi yemenita!
“Per l’appunto, occorre ricordare che la crisi yemenita nasce nel 2014 con i ribelli Houti, sostenuti dall’Iran, che arrivano ad occupare la capitale dello Yemen.Nel 2015 una coalizione sostenuta dall’Arabia Saudita cerca di fermare l’avanzata dei ribelli con massicci bombardamenti senza ottenere significativi risultati. Dopo una tregua temporanea promossa dall’ONU nel 2022, la situazione che si è creata recentemente ha riacceso le dispute per la definizione degli equilibri di potenza regionali. Gli Houti si sono dimostrati dei combattenti determinati ed hanno assunto un ruolo di aperto sostegno all’Iran attaccato da Israele e dagli USA. Missili contro Israele e basi americane nella penisola arabica sono stati lanciati dal territorio yemenita occupato dagli Houti. Inoltre, i ribelli hanno scatenato un’avanzata per occupare posizioni importanti sullo stretto contrastati dalle forze governative riconosciute internazionalmente. In risposta ai bombardamenti, sostenuti dall’aviazione dell’Arabia Saudita, gli Houti rispondono lanciando missili, di chiara matrice iraniana, sul principale aeroporto saudita”.
A proposito, l’Arabia Saudita è in grave difficoltà per i continui attacchi indetti da Teheran.
“In questa crescente difficoltà saudita gli USA rimangono un pò dietro le quinte non volendo essere ancora di più coinvolti in una situazione che rischia di compromettere in modo significativo il rapporto tra Trump ed i suoi elettori che speravano di non vedere ancora gli Stati Uniti coinvolti in conflitti lontani. Il mancato aperto sostegno all’Arabia Saudita, già chiesto più volte, ha confermato la caduta di credibilità degli USA a livello internazionale ed ha spinto l’Arabia Saudita a cercare sostegno nel Patto della Mecca sottoscritto con Turchia (l’esercito più grande NATO) e Pakistan (unico stato islamico dotato di armi nucleari), che recentemente hanno anche inviato a Riyadh capacità militari. In questo frangente l’Europa, ancora una volta, dimostra la sua inconsistenza e la sua ipocrisia. Kaja Kallas, alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, ha dichiarato che lo stop alle sanzioni dl gasolio russo finanzia la Guerra di Mosca. Ha, anche, confermato l’intenzione dell’Europa a continuare con le sanzioni già applicate contro la Russia e a perseguire l’intenzione di ridurre la propria dipendenza energetica da Mosca”.
E come il cane che si morde la coda, l’Unione Europea ne subisce economicamente le conseguenze.
“In questa dichiarazione sta la grande ipocrisia di una Unione Europea che ha generato numerosi pacchetti sanzionatori contro la Russia di Putin, che hanno finito per colpire le nostre esportazioni e, conseguentemente, i nostri produttori senza creare serie difficoltà a Putin, ma che ha rimandato al 2027 il probabile abbandono delle forniture energetiche da parte della Russia. In pratica, da una parte sanzioniamo Putin ma dall’altra lo finanziamo importando gas per i paesi che non hanno sbocco sul mare (Ungheria, Slovacchia, Austria) e Gas Naturale Liquefatto GNL (Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Grecia) e poi abbiamo anche il coraggio di criticare Trump”.
Il prossimo 20 febbraio del 2027, il conflitto Russia Ucraina compirà 5 anni di ostilità che ha visto decine e decine di migliaia di morti civili. Arrivati a questo punto, senza prospettive di soluzione, sa come diciamo in Sicilia? “Ci vulissi ’npuntu e ’na
fiura, più chiudiri a partita!”. Ci vorrebbe saggezza, onestà e impegno per concludere un accordo di pace! Generale, grazie per la sua adamantina esposizione e lo ripeto ancora “Con l’augurio che al prossimo incontro si possa parlare di trattative di pace”. Sarebbe una soluzione e una grande aspirazione per l’intero Occidente.