di Alfio Cazzetta
E così, per l’ennesima volta, di fronte alle defezioni della squadra nazionale di calcio, si corre ai ripari, cercando l’uomo che possa risolvere le ormai croniche difficoltà in cui versa la maggiore attività sportiva della nostra Nazione.
Ora è la volta di Paolo Maldini, che si caricherà di un compito difficile, se non impossibile. Ben venga l’opera di un grande personaggio che, come atleta, ha raggiunto vertici elevati ma, come al solito, non credo che il cambiamento di guida possa risolvere i problemi in cui versa il nostro calcio nazionale: sono tanti e difficili.
Certamente non mi riferisco al campionato nazionale di calcio, ma alla rappresentativa italiana, che da anni versa nel limbo — non voglio dire nell’inferno — calcistico mondiale. Proprio il campionato nazionale potrebbe essere uno dei tanti ostacoli che impediscono alla nostra rappresentativa di assumere il ruolo che le spetterebbe.
Non ho intenzione di entrare in un terreno minato: non ne sono all’altezza. Non sono un tecnico del settore, ma seguo con normale interesse ciò che accade ogni volta che la nostra Nazionale si trova impegnata. Sono un tecnico di diversa disciplina e niente di più.
Ogni volta che accade qualcosa di negativo alla nostra rappresentativa nazionale, assisto al cambio della direzione tecnica e a un nugolo di parole che, alla fine, non hanno alcun costrutto.
Mi sembra di assistere a una rappresentazione in cui i vari soggetti conoscono la parola chiave ma, contemporaneamente, le girano attorno, evitando di pronunciarla: è vietato parlarne.
Aspetterei che, una buona volta, qualcuno entrasse veramente nell’argomento che tutti conoscono, ma di cui nessuno parla: un campo minato che, se affrontato, risolverebbe una buona parte dei problemi, ma che è difficile da superare. Gli ostacoli sono tanti e alcuni insuperabili.
Vorrei provare a metterne in campo qualcuno, anche se l’ho già fatto in diverse occasioni. Nei miei interventi ho infatti espresso con chiarezza che è inutile dare la colpa al responsabile tecnico, perché a lui vengono affidati gli atleti da utilizzare, con i loro problemi fisici e psichici, con la loro stanchezza e con la loro svogliatezza, che egli non potrà risolvere nei brevi lassi di tempo a lui concessi.
Lo sanno tutti, come lo sapete anche voi che state leggendo questo mio intervento, l’ennesimo sullo stesso argomento.
Fra i tanti problemi, provo a tirarne fuori qualcuno.
Vi sembra poco tutto ciò? A me sembrano problemi fondamentali.
Ma ora tocchiamo il tasto più dolente e difficile da gestire. Ho accennato al fatto che il campionato italiano può essere uno degli ostacoli. Affermo e confermo quanto detto.
Gli interessi delle società sono differenti e, a volte — se non sempre — opposti. In questa lotta, chi ha la meglio sarà sempre la società sportiva, che è “padrona” del giocatore e tutela con forza i propri interessi su di lui.
Che cosa può fare il commissario tecnico quando la società si pone di traverso? Gli interessi sono diversi e lo spirito della Nazionale è costretto a soccombere.
La società non manda l’atleta agli allenamenti perché ha paura che possa subire infortuni, e così via. Quando manda il proprio atleta, spesso questi è stanco e pieno di acciacchi.
Il direttore tecnico deve pertanto lavorare con giovani che non hanno fatto molta esperienza o con atleti che non sono in piena forma. Del resto, il tecnico non può intervenire sulla preparazione fisica che ogni atleta porta con sé come bagaglio dalla propria società.
Sto affrontando il problema a piccole dosi, ma ci si rende subito conto che l’errore non sta nella bravura del tecnico, quanto nell’organizzazione del calcio nazionale. Non si possono fare miracoli.
Quindi, invece di cambiare guida, i responsabili federali dovrebbero discutere con serietà dei vari problemi, magari accettando qualche sacrificio.
Il tempo c’è per poter dare una nuova impostazione alla squadra italiana e si potrebbe operare su due linee parallele: lavorare con ciò che c’è già, cercando di smussare i numerosi angoli, e operare per il futuro, partendo dai giovanissimi, con una mentalità meno esterofila e molto più formativa.
La formazione non dovrebbe riguardare soltanto gli atleti, ma anche e soprattutto il livello tecnico.
Smettiamola di lavorare copiando. Bisogna capire di che cosa hanno bisogno i ragazzi, seguirli con attenzione e correggere ciò che si ritiene errato.
Bisogna dare più tempo al commissario tecnico, affinché possa avere maggiormente a disposizione gli atleti durante l’anno e non soltanto in occasione di incontri sporadici.
Come si possono impostare e amalgamare, attraverso sedute sporadiche, strategie da attuare tutti insieme, con le relative varianti, se il tecnico non ha un contatto continuo con gli atleti e se gli stessi giocatori non hanno continuità nei rapporti tra loro?
Si potrebbe dire molto di più, ma ritengo che già questi punti possano bastare.
Io affermo sempre che si possono pronunciare molte belle parole, ma è molto più importante l’orecchio di chi ascolta: deve essere predisposto all’attenzione. Viceversa, è soltanto tempo perso.