L'estetica Instagram diventa "influencer" di nuove tendenze estetiche
Il fenomeno che interessa la nostra epoca non coinvolge soltanto la dimensione estetica e il mondo che ci circonda ma porta con sé un significato profondo che affonda le sue radici in una “rivoluzione” culturale di forte impatto psicologico.
Nei secoli è cambiato il modo di percepire il mondo di conseguenza, anche noi stessi. Il concetto di bellezza prima era prettamente legato all’espressione del proprio essere. Un ambiente, una casa, un opera d’arte erano belle, erano uniche perchè il riflesso di un profondo sentire o meglio dell’indentità di un individuo. Oggi tutto sembra essere diventato grigio, monotono e asettico poichè interessato da profondi cambiamenti sociali e da una forte influenza delle nuove tecnologie.
L’avanzare delle nuove tecnologie sembra un processo immediato scaturito proprio alla fine di quello che, per tale cambiamento repentino, viene chiamato secolo breve. La verità però è che dopo quella che è stata un innovazione tecnologica repentina e d’impatto gradualmente si è giunti a una marcata considerazione di quest’ultima nelle vite di ognuno e nell’estetica del mondo.
Ad un certo punto non è stato più l’essere umano a rendere più vicino possibile a ciò che gli era familiare un oggetto di nuova generazione ma è diventato quest’ultimo chiave di lettura del mondo e “influencer” di nuove tendenze estetiche. Quanto descritto fin ora ha però dei significati molto più profondi di quanto si possa pensare generati inevitabilmente dal momento storico in cui viviamo.
L’uniformazione dell’estetica percepibile nei nostri abiti, nella nuova architettura o nei nuovi modelli di auto è il frutto di un omologazione dettata dalle tendenze dei social: tutto deve essere “instagrammabile”. Questo neologismo non considera qualcosa bella nel senso profondo del termine ma, adatta per essere fotografata e mostrata: implicitamente perfetta.
L’omologazione estetica è in realtà legata al livellamento culturale che caratterizza il nostro tempo. Pensiamo di essere individui cosmopoliti e forse lo siamo anche stati ma, adesso rischiamo di rovinare tutto con una globalizzazione che non valorizza l’identità culturale di un luogo ma tenta disperatamente di renderla così tanto interconnessa con il resto del mondo da privarla della sua anima. Insomma, un design privo di riferimenti culturali è vendibile in ogni angolo del globo.
Le nostre vite vengono continuamente riempite di notizie che non concedono tregua né ai nostri pensieri né ai nostri occhi. Tutto quello che leggiamo o che ci permette di informarci passa attraverso uno schermo luminoso lo stesso che fa sentire il bisogno di una “tregua visiva”. I colori neutri, ciò che è lineare e asettico offre un “silenzio visivo” al cervello che gli permette di staccare dai continui input iper-stimolanti.
Il bombardamento mediatico porta inoltre le persone a vivere un costante senso di insicurezza che viene colmato nel momento in cui una superficie del tutto vuota può essere costantemente pulita e tenuta in ordine. La mania di voler tenere sempre tutto sotto controllo viene perfettamente saziata da un luogo che comunica sicurezza sanitaria e capacità di essere facilmente gestito.
Siamo dunque in balia di un fenomeno che allontana l’estetica dall’essere, di una dinamica culturale moderna che ha reso il mondo grigio, privo di colori. La “rivoluzione” della nostra epoca sta svuotando le nostre esistenze del vero significato della parola bellezza. Bello, oggi, è sinonimo di “instagrammabile“, di asettico.