Catania, viaggi, sofferenze e paure: la storia di Antonino Magazzù, il clochard diventato poeta

Catania, viaggi, sofferenze e paure: la storia di Antonino Magazzù, il clochard diventato poeta

CATANIA – Differenti e svariate storie ruotano intorno a Catania e ai suoi 313mila abitanti, ma solo alcuni di questi si distinguono maggiormente rispetto agli altri, mentre coloro i quali rimangono “in un angolo”, in disparte, lentamente – e a volte inconsciamente – scrivono nuove stupende pagine della storia.

Tra questi qualcuno che un tempo sembrava essere una di quelle persone “da poco”, ovvero Antonino Magazzù, un poeta ed ex infermiere di origine messinese dal passato certamente fuori da ogni schema sociale.


A raccontare la sua storia ai nostri microfoni è stato Alessandro Marchese, un giovanissimo catanese che per un incontro fortuito ha visto la sua vita intrecciarsi con quella del signor Magazzù, ma senza ancora sapere che una semplice chiacchierata tra loro due avrebbe scatenato una serie di eventi così incredibili.

Passeggiavo con una mia amica per la via Etnea, il mese era agosto e l’anno il 2017: lì ho visto qualcosa che ha attirato subito la mia attenzione – inizia il ragazzo – ovvero un gruppo di grandi cartoni poggiati su un muro, nei pressi della Villa Bellini. Qualcuno vi aveva scritto sopra delle belle poesie che mi hanno letteralmente rapito.

Tra quelle parole, che si alternavano in sentimenti di amore, tristezza, ostilità e speranza, una frase – scritta su una superficie minore delle altre – spiccava tra tutte: “Sciopero della fame forzato”. Ad aver scritto quelle cose un uomo seduto in terra, accanto alle sue “opere”, anche se ancora acerbe: Antonino Magazzù, senzatetto da ben 7 anni.

I due allora iniziano a parlare, tanto da trovarsi subito affini, vicini in qualche modo. Magazzù era in sciopero della fame perché “aveva ormai perso tutto, anche la sua dignità visto che ormai più nessuno gli parlava, tutti lo schivavano ed evitavano: l’unica cosa che gli restava da sacrificare per lottare era questo, il suo corpo, la sua salute.

Alessandro gli offre una pizza, ma lui la rifiuta per restare fedele alla sua protesta: “Antonino ha una morale molto forte, è sempre stato coerente. Aveva sempre il broncio, come fosse costantemente arrabbiato e parlava in modo crudo e diretto, senza giri di parole o alcun tipo di pelo sulla lingua”.

Tornato a casa, ad Alessandro non è rimasto altro che ricordare la chiacchierata con Antonino e poi pian pian lasciar scorrere via il suo pensiero, finché tre settimane dopo – sempre in via Etnea – Magazzù lo chiama tra la folla a tutta voce. Lì una nuova lunghissima chiacchierata, poi la decisione: “Gli ho proposto di scrivere un libro di poesie, io lo avrei aiutato come potevo”.

Da lì una rapida serie di impegni che il giovanissimo catanese ha deciso di addossarsi per il bene del suo nuovo amico, scrivere un libro, pubblicarlo e pubblicizzarlo non sono cose da niente, soprattutto se a intraprendere questo percorso è qualcuno di così giovane. Alessandro, dunque, ha deciso di partire dal basso, dal suo quotidiano, ovvero la sua scuola: “Ai tempi mi stavo per candidare come rappresentante di istituto e dunque ho proposto come progetto scolastico di scrivere un opuscolo con alcune delle poesie del signor Antonino e venderlo per le altre scuole, così da accumulare una piccola somma che potesse aiutarlo a vivere meglio – spiega – e così è stato: moltissime scuole di Catania e della provincia hanno aderito a questo progetto e molti studenti si sono dimostrati entusiasti, tanto da permetterci di sognare ancora più in grande.

Nella mente di Alessandro, allora, nasce un grande desiderio: creare un docufilm che racconti la travagliata vita di Antonino Magazzù, l’ex infermiere di Taormina che si è dimostrato essere un grande poeta, oltre che amico.

“Travagliato” è un termine che può riassumere abbastanza bene gli ultimi 7 anni della vita di Antonino: per anni si sposta in diverse parti dell’Italia, dalla Sardegna, a Roma, poi Napoli. Filo conduttore dei suoi viaggi la grande difficoltà da parte sua di trovare un’occupazione, nonostante nel suo borsone portasse con sé una laurea da infermiere conseguita anni prima; da parte degli altri, invece, la difficoltà spesso è stata capirlo e comprenderlo, vederlo come uomo, come lavoratore, come Antonino Magazzù.

“Nelle sue poesie infatti non si nomina mai, non dice mai il suo nome, si descrive sempre come invisibile, perché per gli altri è davvero stato così: era un semplice barbone, era un uomo di cui non interessa conoscere il nome. Come uno scoglio all’interno di un fiume: l’acqua gli gira intorno, ma non lo tocca mai”, spiega Alessandro.

A Roma Antonino ha minacciato molte volte di togliersi la vita davanti a Istituzioni di ogni tipo, ma quasi sempre senza alcun risultato: “Lui non voleva davvero morire, ma questi gesti erano l’ultima cosa che poteva fare per farsi notare”.

Una sola volta Antonino ha davvero voluto che la sua vita finisse, ovvero quando a Napoli, totalmente spaesato e vessato, umiliato e derubato del pochissimo che aveva, più niente sembrava avere senso: “Antonino non mi ha mai detto cosa ha fatto in quel tentativo disperato, ma mi ha raccontato di aver sentito una voce (quella di sua madre sembra) che lo ha fatto desistere. Lì ha capito che la sua vita doveva finire a Catania, dov’era morta sua madre”.

Ma il viaggio da Napoli a Catania – si sa – non poteva essere gratuito. Dopo vari rifiuti da parte del Comune, ad Antonio non è rimasto che raggiungere Salerno coi mezzi, per poi arrivare a Catania a piedi, dopo 27 giorni di cammino.

A Catania un mondo nuovo fatto in parte della solita cattiveria umana e altre di strabiliante umanità e bontà si è aperto davanti ad Antonino, come nei suoi ricordi di bambino in via Etnea la gente passeggiava e alcuni, nel suo presente, si soffermavano a leggere le sue poesie, alcune volte – anzi – gliele commissionavano direttamente.

Non solo quello con Alessandro è stato un incontro speciale, ma anche quello con Bruno, che un giorno, dopo la recente scomparsa del padre, camminando per via Etnea si ferma proprio davanti Antonino, intento a presentare il famoso opuscoletto (che dopo l’interesse di una casa editrice era già diventato un vero libro). Dopo una breve chiacchierata una proposta da parte di Bruno: “Gli ha chiesto il numero di telefono con la promessa che lo avrebbe aiutato, ma quando ha digitato il numero col tastierino per salvarlo in rubrica, ha scoperto che lo aveva già salvato, ci rivela Alessandro.

Una magia? Un’illusione? In realtà qualcosa che si avvicina e discosta allo stesso tempo da questi due termini: il destino. Prima di morire, il padre di Bruno aveva già conosciuto Antonino Magazzù e aveva salvato il suo numero di cellulare in rubrica, promettendo che lo avrebbe aiutato. Per questo motivo passò il numero anche al figlio, che non sapeva però del clochard poeta di via Etnea.

Come per mantenere la promessa del defunto padre, Bruno decide di cambiare la vita di quell’uomo dal cuore colmo di desiderio e la mente stracolma di parole, offrendogli un lavoretto e un alloggio, rendendolo praticamente parte attiva della propria famiglia.

Dopo la pubblicazione del libro, intanto l’idea di creare un docufilm sulla vita di Antonino iniziava a realizzarsi grazie a “Vimove”, un progetto cinematografico per autoprodursi con l’aiuto di finanziatori singoli che scelgono di investire nelle proposte presentate somme di varia entità, (come una vera e propria “raccolta fondi”). Raccolta la somma necessaria, le riprese erano pronte per iniziare: stava per nascere “Sic parvis magna”.

Qui, improvvisamente, quel che sembrava impossibile: “Era la mattina del 22 agosto 2019 quando, in occasione del primo giorno di riprese del docufilm, sono uscito per andare da Antonino, lì inaspettatamente mi arriva una chiamata da parte di Bruno: Antonino era morto, dovevo correre da loro”.

Crolla il mondo su Catania, o almeno su tutte quelle persone che si sono affezionate ad Antonino e che hanno imparato a conoscerlo, apprezzarlo, amarlo: in realtà l’ex infermiere messinese aveva perso la vita 5 giorni prima a causa di un infarto, è stato trovato accasciato su una scrivania col telefono in mano, verosimilmente perché aveva cercato di chiamare aiuto. In quel periodo sia Bruno che Magazzù (suo assistente in uno studio clinico) erano in ferie, dunque nessuno avrebbe mai pensato che l’inattività da parte dell’ex clochard provenisse dalla sua effettiva scomparsa.

Lì le indagini, le forze dell’ordine, i sanitari del 118, fino alla scoperta: “Antonino dentro il suo borsone aveva una tasca segreta che conteneva poesie inedite. Abbiamo scoperto che erano dedicate ai suoi figli – di cui non conoscevamo l’esistenza – e tra i fogli c’era scritto anche un numero di cellulare”.

Il numero appartiene al figlio di Antonino, al quale Alessandro e Bruno hanno chiamato per raccontargli tutte le vicende che il padre aveva vissuto negli ultimi anni, lì – allora – un’ultima scoperta, le ultime tessere che mancavano per ricostruire il passato di lotta di Magazzù: vissuto in orfanotrofio fino ai 17 anni, poco prima di raggiungere la maggiore età ha ritrovato la madre, riscoprendo un amore smisurato per lei, che pian piano è diventato vero attaccamento. Antonino poi ha studiato, si è laureato, si è sposato e ha avuto due figli. Poi il crollo: la madre muore e Antonino cade in una profondissima depressione che lo trascina nella ludopatia, la dipendenza dal gioco gli fa perdere la moglie e dopo molto tempo anche i figli.

Antonino scappa in Sardegna, lì inizia il suo viaggio.

“In realtà il suo desiderio si è realizzato, sai? – conclude ormai Alessandro – Lui voleva morire dove è morta sua madre e così è stato: sono stati portati nello stesso ospedale, guarda che coincidenza! Riguardo alla sepoltura è stato ancora più bello: voleva stare accanto a lei a Roccalumera, ma non c’erano posti… con un colpo di fortuna abbiamo trovato una tomba letteralmente a due passi da quella di sua mamma”.

Sic parvis magna: “dalle piccole cose nascono le grandi” e la prova è stata ed è ancora Antonino Magazzù, che con tante tante parole è riuscito a raccontare storie e scrivere poesie, con tanti tanti passi è riuscito a percorrere la sua vita e a viverla nonostante tutto, mantenendo i propri ideali, le proprie idee, i propri sogni.

Sogni che pian piano Alessandro Marchese, il suo caro amico, sta ancora portando avanti producendo il docufilm sulla sua vita, il quale scopo ora è di ricordare che bisogna credere nelle proprie ambizioni  in quelle degli altri, anche quando nessuno scommetterebbe un solo centesimo su queste ultime.

Il 29 febbraio il team che si sta occupando del film sarà impegnato in riprese e interviste, poi in varie trasferte a Messina e Napoli. Entro l’inizio dell’estate verrà proiettata la pellicola in un cinema all’aperto di Catania, mentre ricominceranno i tour per le scuole per ringraziare tutti coloro i quali hanno contribuito a rendere vero il desiderio di Antonino.

L’intero progetto è documentato sulla pagina Instagram che Alessandro ha creato e che cura quotidianamente: “Markesing”, che si occupa di marketing sociale.

 

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La storia di Alessandro, con la solenne promessa che non “finirà qui”, si conclude con una frase da parte dello stesso coraggioso giovane: “Ricordate che la somma di noi fa la differenza.