Rabbia, conflitti e coltelli a scuola. Perché punire non basta: l'analisi della dottoressa Valentina Gentile, psicologa e psicoterapeuta
Tanta rabbia celata dietro un’apparente tranquillità; tranquillità che svanisce quando si arriva ai coltelli. È, in estrema sintesi, il teatro che sta andando in scena ultimamente, specialmente nelle scuole.
La violenza non si può ricondurre a una sola causa e la comprensione del gesto non implica in alcun modo la giustificazione del fatto. Un concetto che non tutti sembrano afferrare, ma che la dottoressa Valentina Gentile, psicologa e psicoterapeuta, ha ribadito ai nostri microfoni per analizzare cosa si nasconde dietro un comportamento aggressivo e quanto sia importante intervenire sul piano educativo per evitare che la violenza sia normalizzata. O, peggio ancora, rinforzata.

Il caso della professoressa Isabella Marsilio, docente accoltellata in una scuola di Roma, e quello dell’aggressione compiuta da uno studente in un liceo di Ferrara sono, a oggi, sulla bocca di tutti (o quasi). Ed è come se il tanto temuto tribunale social si fosse diviso in due fazioni: da una parte i filo-punitivi, convinti che la risposta debba concentrarsi sulla sanzione; dall’altra chi, pur senza giustificare il gesto, cerca di comprendere cosa possa aver portato un ragazzo a compierlo. Ma, prima ancora di schierarsi, bisognerebbe interrogarsi sul significato della punizione e sulla sua possibile influenza sul piano educativo.
Analizzando la violenza ai danni della professoressa Marsilio, il suo aggressore, uno studente di 13 anni, ha prima spruzzato dello spray urticante contro la docente per poi accoltellarla tre volte. Tutto, si suppone, per due debiti formativi in italiano e storia. Ma si tratta di elementi insufficienti per sentenziare su un presunto disagio nascosto. Secondo la dottoressa Gentile, “un insuccesso scolastico, una valutazione negativa o un’esperienza di frustrazione possono rappresentare un fattore scatenante, ma non conducono, di per sé, alla violenza. Fermarsi a questo livello rischia di confondere il movente contingente con il processo psicologico che rende possibile un atto di tale violenza”.
“Non parlerei a distanza di un ‘reale disagio nascosto’, basandomi solo sui fatti di cronaca. Piuttosto, potremmo chiederci che cosa abbia reso, per questo ragazzo, così difficile trasformare la frustrazione in pensiero e parola, invece che in agito“.
La dimensione distruttiva può emergere proprio nella difficoltà di elaborare il conflitto. “Credo che sia questo l’aspetto più significativo”, spiega la psicologa: “quando il conflitto non riesce a trovare una sufficiente elaborazione psichica e l’altro diventa il destinatario concreto della propria violenza, il gesto può assumere una dimensione distruttiva molto più ampia del motivo contingente che lo ha preceduto”. Comprendere questo processo non significa quindi giustificare la violenza.
Significa, piuttosto, “osservare l’intreccio tra una possibile vulnerabilità individuale, la capacità di mentalizzazione della frustrazione, il rapporto con l’autorità, le modalità di gestione della rabbia e l’ambiente relazionale e digitale nel quale il ragazzo era inserito”. Guardare a questi aspetti significa anche interrogarsi su ciò che può essere accaduto prima dell’esplosione della violenza e, soprattutto, sulla possibilità di intervenire quando la sofferenza è ancora pensabile e trasformabile.
Un’altra questione riguarda il modo in cui questi episodi vengono raccontati. La continua esposizione mediatica a fatti di violenza può comportare, secondo la psicoterapeuta, un rischio di emulazione, soprattutto nei soggetti più vulnerabili.
“Questo non significa, naturalmente, che parlare di questi fatti provochi automaticamente altri comportamenti violenti. L’esposizione continua a rappresentazioni di violenza può però avere un peso maggiore nei soggetti più vulnerabili, contribuendo, in alcuni casi, a processi di identificazione o di normalizzazione rispetto alla violenza”. “La ricerca psicologica ha mostrato da tempo che i più giovani possono apprendere anche attraverso l’osservazione e l’imitazione dei modelli che vengono loro proposti”.
Si tratta di un tema particolarmente delicato quando si parla di bambini e adolescenti, ancora impegnati nello sviluppo delle capacità di regolazione emotiva, nella valutazione delle conseguenze e nella distanza critica rispetto a ciò che osservano. Anche in questo caso, però, l’età da sola non può essere considerata una spiegazione sufficiente. “Il rischio è che, attraverso una narrazione ripetuta o spettacolarizzata, un atto violento possa diventare una forma di visibilità e, in alcuni casi, di riconoscimento. Anche le indicazioni internazionali sulla comunicazione della violenza sottolineano l’importanza di una narrazione responsabile, capace di evitare semplificazioni e spettacolarizzazioni, dando spazio alle conseguenze e alle possibilità di prevenzione”.
Agli insegnanti viene oggi richiesto molto, anche sul piano psicologico ed emotivo. Il loro ruolo, però, non può essere confuso con quello di uno specialista. “Credo che oggi agli insegnanti venga chiesto molto, talvolta troppo. L’insegnante non è e non deve essere uno psicologo. Tuttavia, egli si trova quotidianamente in una posizione privilegiata per osservare i cambiamenti nel comportamento, nelle relazioni e nel modo in cui un ragazzo vive la scuola”. “Può quindi intercettare alcuni segnali di disagio, ma non sempre possiede gli strumenti per comprenderne il significato e soprattutto per sapere come intervenire. E questo può diventare particolarmente difficile quando si trova a gestire situazioni che hanno una componente clinica significativa”.
Per questo, secondo la dottoressa Gentile, non è sufficiente chiedere agli insegnanti una maggiore preparazione psicologica. È necessario costruire una rete intorno a loro, nella quale possano confrontarsi con professionisti competenti e avere chiaro a chi rivolgersi quando emerge una situazione di sofferenza. “La formazione è importante, ma lo è altrettanto la possibilità di non sentirsi soli. Perché un insegnante può accorgersi che qualcosa non va, ma non può essere lasciato solo con ciò che ha riconosciuto. Intercettare precocemente il disagio ha senso se, dopo quel primo segnale, esiste un sistema capace di accogliere, comprendere e accompagnare quella situazione”.
Spesso l’attenzione è concentrata sullo studente, senza considerare, però, ciò che accade al docente che subisce l’aggressione, in particolare rispetto al senso di sicurezza con cui vive il proprio ruolo e il proprio spazio di lavoro. “Un’aggressione può lasciare paura, rabbia, senso di impotenza, ipervigilanza”, spiega la dottoressa Gentile. “Quello che prima era un gesto naturale, come voltare le spalle alla classe per scrivere alla lavagna, può diventare improvvisamente un gesto carico di timore. È come se venisse meno una fiducia di base nell’ambiente: ciò che prima era percepito come sicuro non lo è più“. Per questo è importante che l’esperienza sia riconosciuta ed elaborata e che, parallelamente, il docente possa ricevere una risposta istituzionale concreta, capace di restituirgli la percezione di essere tutelato.
“Il senso di sicurezza“, prosegue la dottoressa Gentile, “non si ricostruisce soltanto sul piano individuale: dipende anche dalla possibilità di sentire che il contesto in cui si lavora è nuovamente affidabile e che il proprio ruolo viene sostenuto. Ritrovare la fiducia significa poter tornare progressivamente a percepire la classe come un luogo nel quale è possibile esercitare la propria professione senza essere costantemente in allerta“. “Non si tratta semplicemente di superare la paura, ma di ricostruire quella condizione interna ed esterna che permette di tornare a sentirsi al sicuro.”
Un altro elemento centrale nella costruzione del rapporto con la violenza e con il limite è il ruolo della famiglia. “Durante l’adolescenza questo passaggio è particolarmente delicato. Il limite esterno deve progressivamente diventare anche un limite interno. La capacità di fermarsi, considerare l’altro, tollerare un no e riconoscere che non tutto ciò che desideriamo può essere ottenuto o immediatamente modificato. Oltre alla necessità di imparare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni“.
Quando, invece, ogni frustrazione viene rimossa dall’adulto o il limite posto dalla scuola viene sistematicamente contestato, può diventare più difficile per il ragazzo sviluppare questa funzione interna. Secondo la dottoressa, “il rischio è che ciò che viene vissuto come una ferita, un’ingiustizia o un’umiliazione venga continuamente collocato all’esterno, senza poter essere sufficientemente elaborato sul piano psichico. Da questo punto di vista, il limite ha una funzione contenitiva: non serve soltanto a impedire un comportamento, ma aiuta il ragazzo a organizzare la propria esperienza emotiva e a costruire progressivamente la capacità di autoregolarsi“.
In questo quadro si inserisce anche il tema dello psicologo nelle scuole, dagli sportelli d’ascolto alla proposta di rendere obbligatoria la presenza di un professionista della salute mentale in ogni istituto. Un dibattito che fa tremare la politica, con il ministro Valditara che ha definito una “sciocchezza” l’ipotesi di rendere obbligatoria la presenza dello psicologo per tutti gli studenti, pur sostenendo un modello di supporto mirato alle situazioni di difficoltà (basti pensare al progetto “AscoltaMI”, rivolto agli studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado e del biennio della secondaria di secondo grado).
Allo stesso tempo, in Sicilia, l’assessore all’Istruzione Mimmo Turano ha recentemente rilanciato il tema degli sportelli psicologici, mettendo al centro il supporto per docenti e alunni. La domanda è la stessa: può bastare uno sportello psicologico per disinnescare le tensioni che attraversano le aule? Secondo la dottoressa Gentile, si tratta sicuramente di una risorsa importante. “Avere la possibilità di incontrare un professionista”, spiega, “può favorire l’emersione di una sofferenza e, soprattutto, permettere di riconoscere precocemente una difficoltà per poi, quando necessario, orientare verso un sostegno più mirato”.
Ma, da solo, lo sportello potrebbe non bastare, specialmente per affrontare “fenomeni complessi come la violenza e le tensioni che possono emergere all’interno del contesto scolastico. La prevenzione, infatti, non coincide soltanto con l’intervento sul singolo. Riguarda anche il contesto relazionale nel quale bambini e adolescenti vivono gran parte della loro esperienza quotidiana”.
“Dal punto di vista psicologico, prevenire non significa soltanto intervenire quando qualcosa non funziona, ma creare condizioni nelle quali sia possibile riconoscere ciò che si prova, comprenderlo e dargli un significato. Per gli adolescenti questo significa poter incontrare adulti disponibili all’ascolto e avere spazi nei quali poter esprimere e pensare le proprie esperienze emotive. Non tutto ciò che non trova parole diventa necessariamente agito, ma poter dare parola a un’esperienza può aprire una possibilità diversa dall’agire.”
Lo sportello può quindi rappresentare una porta di accesso essenziale, ma deve essere inserito in un lavoro più ampio e continuativo. “Non possiamo pensare di prevenire ogni episodio di violenza, né ricondurre fenomeni così complessi a una sola causa. Possiamo però favorire la possibilità che una difficoltà sia riconosciuta e possa trovare ascolto prima di diventare più complessa. Questo richiede una responsabilità condivisa, nella quale scuola, famiglia, servizi e professionisti possano dialogare e contribuire ciascuno, secondo il proprio ruolo, alla lettura e alla cura delle situazioni che emergono.”