Una parola brevissima, secca, decisa, ruvida e, per alcuni, difficile da accettare. Ci siamo trovati a leggere notizie che lacerano il cuore e lasciano l’amaro in bocca.
Catania, è il 30 gennaio di quest’anno, quando, una ragazzina di appena 13 anni viene abusata fisicamente da due soggetti, mentre altri fanno da spettatori. Si tratta, purtroppo, dell’ennesima vittima. Vittima, forse, di un sistema educativo sbagliato?
Palermo, 4 luglio 2023, un’altra violenza è stata perpetrata ai danni di una giovane di 19 anni, con la stessa modalità: un altro “no, basta!” è stato lasciato ondeggiare nell’aria, disperdersi nell’aria appiccicosa ed umida delle serate estive siciliane. Stavolta… gli stupratori erano ben sette!
Oggi… come ieri. Roma, maggio 1611, una giovane, Artemisia Gentileschi, sta facendo ciò che le piace fare più di tutto: dipingere. Ha sempre voluto emulare la professione del padre e ci riesce anche bene, tanto che, da discepola, diventa collaboratrice del padre. Il futuro, per lei, sembra già scritto. Anche il padre, Orazio, è fiero della figlia. Si tratta, ad ogni modo, di una donna e, in quanto tale è obbligata a restare relegata in casa; Orazio, allora, decide di affiancare ad Artemisia una guida che l’aiuti a spiccare sempre più il volo: Agostino Tassi. Dopo tante avances, rifiutate dalla ragazza, e data l’assenza temporanea del padre, Tassi, stupra la diciottenne. Ricordiamo che la violenza era considerata un atto che ledeva una generica moralità, senza offendere principalmente la persona! Agostino, come spesso succedeva, vorrebbe ricorrere al “matrimonio riparatore”, ed Artemisia non può far altro che sottostare a questo volere, fino a quando scopre che il futuro marito, in realtà, risulta essere già coniugato. Orazio Gentileschi, padre di Artemisia, dopo qualche anno, denuncia l’accaduto al papa, ed è così che parte il processo. Per verificare la veridicità delle dichiarazioni rese, le autorità giudiziarie dispongono persino che la Gentileschi venisse sottoposta ad un interrogatorio sotto tortura. Il processo si conclude; Agostino viene condannato ad una pena che non sconterà mai: l’esilio perpetuo da Roma. Sarà, invece, la Gentileschi a scontare la pena: eternamente etichettata come una poco di buono!
Tutto si ritorce contro la vittima. Una giovane donna violentata, ingannata e denigrata. Dopo la violenza subita, Artemisia dipinge “Giuditta che decapita Oloferne”, raffigurante una scena tra le più famose e rappresentate dell’Antico Testamento. Esiste un’altra versione dipinta anni dopo, dove sono presenti colori più vivaci ed un ritrovamento della luce, quasi a rappresentare il ritorno del sereno nella vita della pittrice. Dovremmo tutti auspicare che il riscatto di Artemisia faccia da monito a coloro che, purtroppo, hanno vissuto momenti simili e si trovano in un limbo di sofferenza e di stigma. Che il dolore diventi forza, e che la forza ci aiuti a cambiare in meglio la società.
Anzalone Daniele 4^B Turismo Istituto “Pietro Branchina” – Adrano (CT)