Zone Franche Montane, 132 Comuni in Sicilia pronti a risorgere ma manca l’ok da Roma

Zone Franche Montane, 132 Comuni in Sicilia pronti a risorgere ma manca l’ok da Roma

SICILIA – Un presidio permanente ai piedi delle Madonie, all’altezza dello svincolo di Irosa (Palermo) lungo l’autostrada A19, per chiedere con decisione lo sblocco della legge sulle Zone Franche Montane in Sicilia. È quanto portato avanti, ormai dallo scorso 11 dicembre, dai componenti del Comitato regionale promotore e dai 132 Comuni siciliani con meno di 15mila abitanti e insediati oltre i 500 metri sul livello del mare.

La richiesta è quella della piena attuazione della fiscalità di sviluppo che consentirebbe alle località interessate di rifiorire, sconfiggendo la desertificazione imprenditoriale e il progressivo spopolamento verso altre aree maggiormente industrializzate.


Una legge in stand-by a Roma da un anno

La legge è stata già approvata dall’Assemblea regionale siciliana il 17 dicembre 2019, ma a causa dell’assenza di norme attuative finanziarie, è necessario l’ok anche da parte della Camera e del Senato italiani. Di recente, il governatore della Regione Siciliana Nello Musumeci ha provveduto a sollecitare i due rami del Parlamento al fine di sciogliere lo stallo. Tuttavia, sembra difficile immaginare una soluzione in tempi brevi, già entro la fine del 2020.

Attualmente la legge sta segnando il passo alla commissione Finanza e Tesoro del Senato. L’Ars, attraverso una legge voto, ha deciso di inviare le disposizioni attuative concernenti l’istituzione delle Zone Franche Montane in Sicilia. Con il bilancio regionale, al momento, non si può operare perché non può sopportare un peso così imponente“, dichiara Vincenzo Lapunzina, coordinatore regionale del Comitato promotore delle ZFM.

La prima legge di prospettiva della Sicilia

Abbiamo motivo di ritenerla la prima legge di prospettiva della Sicilia, non c’è ancora una corretta emanazione delle norme di attuazione in materia finanziaria dello Statuto. Secondo gli articoli 36 e 37 , i tributi maturati in Sicilia devono rimanere qui. Questa è stata l’unica ragione per la quale si è fatto ricorso alla legge voto e si è data una copertura finanziaria di 300 milioni di euro“.

A fine febbraio 2020 – prosegue Lapunzina – la presidente Casellati ha dimostrato grande sensibilità, provvedendo immediatamente a incardinare il testo in commissione e il 28 luglio siamo stati uditi. Da lì è iniziata la fase istruttoria che, per delle ragioni incomprensibili, ha segnato il passo”.

“Non ci sono impedimenti per respingerla”

Il coordinatore ribadisce: “Avevamo una corsia preferenziale, la commissione aspettava una lettera dell’assessore all’Economia, che è arrivata e che andava a chiarire e ribadire quanto deciso dal Senato“. Tuttavia “questo percorso si è interrotto perché Camera e Senato sono attualmente impegnati con l’emergenza Coronavirus“.

A quanto pare, a causa della sua natura, la legge non può essere inserita all’interno di un decreto che va a individuare le ormai note misure di sostegno economico connesse all’emergenza: “Quando è stata partorita questa la legge non si parlava di Covid-19“, precisa Lapunzina. “L’impianto della legge è questa, si deve fare ricorso a quel fondo. Non ci sono impedimenti affinché questa legge non ritorni in Sicilia approvata, in attesa che si cerchi un’altra copertura finanziaria a integrazione. Poiché 300 milioni di euro non bastano per tutte le aziende“.

“Il Covid? Ha scoperchiato il vaso di Pandora”

Le aziende agricole hanno già agevolazioni Inps e non sono cumulabili. Tolte queste, per differenza rimangono gli artigiani, i commercianti e i servizi come la ricettività. Servono per dare un segnale di fiducia a tutti gli imprenditori delle zone alte di Sicilia, nella seconda fase poi faremo un altro tipo di ragionamento. Passa tutto, a mio avviso, dalle norme attuative dello Statuto“.

Ma la situazione legata all’emergenza pandemica può aver influito negativamente sulla situazione già difficile per residenti e lavoratori? “I disastri albergavano già nella vita socio-economica delle nostre comunità, il Covid ha scoperchiato il vaso di Pandora ma non possiamo dare tutta la colpa al virus. Ha fatto sì molti danni, portando via migliaia di persone, ma l’unica responsabilità che non ha il Coronavirus è quella del disastro in cui versava già la Sicilia“, sottolinea Lapunzina.

Certamente – prosegue – il virus non ha fatto altro che evidenziare criticità per mancanza di programmazione e vision che non è stata colta nel corso degli anni. Non siamo pronti, diciamolo chiaramente, a sopportare un evento straordinario. Gli imprenditori delle terre alte vivevano già momenti di difficoltà, la situazione era drammatica da tempo. Le aziende, al 31 dicembre 2019, hanno chiuso con segni negativi o con falsi segni positivi“.

La scelta di Irosa come epicentro della protesta

Nel corso di queste settimane, lo svincolo dell’A19 è diventato il megafono della protesta di tutte le terre alte locali: “Noi non siamo solo a Irosa, noi siamo in tutti gli svincoli che portano alle terre alte della Sicilia. Fisicamente siamo a Irosa, ma con il pensiero ci troviamo nelle piazze di ogni piccolo centro. Questo è uno snodo importante che collega l’est e l’ovest della Sicilia, ci troviamo nel mezzo. Logisticamente, anche per una questione di costi e gestione siamo qui“, precisa il coordinatore regionale.

Questo è diventato un punto di incontro per tutti, non è solo sulle Madonie, sui Nebrodi, sull’Etna o nel Calatino. È un problema legato anche alla praticità che la maggior parte dei componenti del comitato vivono sulle Madonie, ma non è una battaglia di solo territorio: è una battaglia di civiltà di tutte le terre alte siciliane“.

Un modello da esportare

Ma il modello delle ZFM siciliane può essere esportato anche in altre aree dell’Italia? Lapunzina non ha dubbi: “Assolutamente sì. Noi abbiamo portato a Camera e Senato un ragionamento nuovo. La domanda ricorrente era ‘si può esportare?’. Sì, si può esportare. L’unico problema è che la Regione Siciliana ha tre condizioni per poter attuale una fiscalità di sviluppo: l’insularità, lo Statuto speciale e l’autonomia finanziaria“.

Soprattutto, rispetto alle altre Regioni, noi possiamo operare non in ‘de minimis’, ovvero a credito d’imposta. In Sicilia lo abbiamo rifiutato fin dal primo momento in quanto, per farlo, bisogna avere soldi da investire. Qui, invece, abbiamo un problema di sopravvivenza che riguarda le zone franche. È risaputo che, dove c’è assenza o minore pressione fiscale, i territori volano. Di convesso, non volano solo quell’area o le zone di montagna. Si dovrebbe ripartire veramente dalla bassa Italia per rilanciare i territori“, conclude il coordinatore regionale.