Crisi umanitarie, dal Mediterraneo all’Afghanistan: “Dobbiamo creare un’Europa della solidarietà”

Crisi umanitarie, dal Mediterraneo all’Afghanistan: “Dobbiamo creare un’Europa della solidarietà”

SICILIA – Circa 1.214 persone morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo dall’inizio del 2021, più che nei due anni precedenti: è la stima terrificante dell’OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni). Certo, leggere un numero su una pagina qualsiasi forse non è d’impatto, ma se queste persone le osservassimo una per una qualcosa cambierebbe nell’opinione pubblica locale e internazionale.

Sono quasi tutte persone che rimangono senza volto e senza nome. Tra loro ci sono anche giovani e bambini mai nati, come ricorda il bilancio dell’ultimo tragico naufragio di Lampedusa. Fuggono da qualcosa che probabilmente non conosciamo abbastanza da comprendere: perché rischiare la propria vita per andare altrove, perché non accettare la propria realtà e andare via, spesso affidandosi a gente senza scrupoli come gli scafisti?


La maggior parte dei popoli del Mediterraneo conosce alcuni dati – i numeri sono alti, i problemi tanti – ma non sempre la risposta a queste domande. Cosa sta dietro quella che spesso viene etichettata freddamente come “emergenza migranti” lo sanno in pochi. Tra chi cerca di capire e dare soccorso agli innocenti, a prescindere dall’ombra oscura che spesso incombe sul fenomeno migratorio, ci sono i volontari.

Conoscono i numeri, ma le storie – a differenza di molti – le vedono con i propri occhi. E vedono la situazione peggiorare di anno in anno, complice spesso il disinteresse generale. “Il numero di persone che devono fuggire e attraversare il Mediterraneo è ancora molto alto e quel che è peggio è che il numero dei morti continua ad aumentare”: è l’allarme di Sea Eye, Ong tedesca spesso al centro di tante vicende che avvengono nel Mediterraneo.

Migrazioni, il Mediterraneo e Lampedusa: l’estate “calda” della Sicilia

La Sicilia è una di quelle terre che ha dovuto fare dell’accoglienza uno stile di vita, tra alti e bassi, soprattutto in virtù della propria posizione. Nell’isola, che da tempo affronta un periodo di difficoltà su più fronti, si è però creato anche un “mito degli invasori, aggravato dall’attuale crisi generata dalla pandemia da Covid.

E proprio il Coronavirus ha reso la situazione ancora più complessa. I salvataggi in mare, le tragedie, le navi quarantena, i positivi, le poche risorse… Tutto ciò ha reso l’estate 2021 una delle più difficili sul fronte migrazioni, soprattutto per Lampedusa, nell’Agrigentino.

“Negli ultimi tre mesi (maggio-giugno-luglio) oltre 12mila persone sono arrivate a Lampedusa, più di 6mila nel mese di luglio”, commenta Mediterranean Hope, che opera a Lampedusa grazie a un programma per migranti e rifugiati.

Per un’isola con circa 6mila residenti sono cifre importanti, tali da giustificare la richiesta di uno sforzo collettivo per il bene di tutti. Importante, però, è il numero di persone che non tocca mai terra dopo essersi imbarcato in un “viaggio della speranza” o quello di chi non trova mai l’accoglienza di cui ha bisogno o, peggio, viene “assalito” da odio e discriminazione.

Probabilmente i dati siciliani sulle migrazioni non saranno mai completi. Dalle stime, però, c’è tanto da imparare. C’è anche molto su cui riflettere: si può fare qualcosa? Forse dire che la collaborazione internazionale per creare un sistema di migrazioni legali e sicure sarebbe un buon inizio è troppo scontato, ma senza dubbio vero.

Nel frattempo, bisogna fare il possibile per dare supporto a chi ne ha bisogno. Via mare, via terra, poco importa. E le emergenze globali non devono fare altro che rafforzare il proposito di garantire il rispetto dei diritti umani basilari, prima di tutto quello alla vita.

Il caso Afghanistan e la potenziale emergenza umanitaria

Ciclicamente un evento scuote il mondo, è un dato di fatto. Negli ultimi giorni un Paese asiatico è diventato il centro del mondo, suo malgrado: l’Afghanistan.

Improvvisamente milioni di persone in tutto il mondo hanno ricordato l’esistenza dei talebani e, stranamente, delle storie altrui. Hanno preso consapevolezza delle condizioni di donne e bambini, di cosa accade in alcune parti del mondo, delle persone disperate in fuga. Quello che fino a poche settimane fa era solo uno dei tanti Paesi che nulla ha a che vedere col “nostro mondo” è diventato il centro di una potenziale crisi umanitaria.

Inutile dire che con ogni probabilità il Mediterraneo giocherà un ruolo importante in questa complessa situazione, nonostante la distanza geografica. Le richieste di attivazione di corridoi umanitari per i rifugiati sono ovunque e si fanno sempre più numerose, accompagnate da immagini dolorose di bambini innocenti e inconsapevoli lanciati oltre il filo spinato e di genitori disperati.

“La forza morale e politica dell’Europa si costruisce anche garantendo diritti e protezione umanitaria a chi è perseguitato e ha già sofferto il dramma della guerra, si legge in un comunicato delle Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia che, anche con il sostegno di Mediterranean Hope, ha già realizzato corridoi umanitari dal Libano in passato e intende proporsi per una simile iniziativa in Afghanistan.

“Abbiamo lanciato una petizione su change.org per chiedere un passaggio sicuro per i rifugiati dall’Afghanistan. La situazione lì è orribile. Penso che sia fondamentale il tipo di segnale che i Paesi, le regioni e le isole, ognuno di loro, inviano: dobbiamo creare un’Europa della solidarietà. Ma non possiamo aspettare che ogni regione e Paese sia d’accordo, quindi un’alleanza dei volenterosi deve iniziare con azioni concrete e chiedere che altri seguano l’esempio. È importante creare una voce forte per la solidarietà all’interno dell’Europa e combattere questo clima di odio e sentimento anti-rifugiato che si è diffuso negli ultimi anni”, è l’appello di Sea Eye.

Per il passato c’è poco da fare, ma il futuro è ancora da scrivere e lo scriveremo tutti a breve. Solo la solidarietà potrà cambiare il corso delle cose e garantire il successo di una prova così difficile.

Foto di Rosendahl da Pixnio