SICILIA – Il suicidio rappresenta una delle principali cause di morte nel mondo, con gravi ripercussioni su famiglie, comunità e intere società.
In Italia, come nel resto del mondo, il fenomeno è preoccupante e richiede interventi urgenti e mirati.
Particolare attenzione va posta alla regione Sicilia, dove i dati indicano una situazione allarmante.
Secondo i dati aggiornati dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) e del Ministero della Salute, nel 2024 in Italia si sono verificati circa 3.800 suicidi, un leggero aumento rispetto agli anni precedenti.
Questo incremento è preoccupante e mette in luce la necessità di intensificare le strategie di prevenzione.
In Sicilia, i suicidi registrati sono stati circa 420, evidenziando un trend simile a quello nazionale.
La distribuzione dei suicidi per genere continua a mostrare una prevalenza tra gli uomini, che rappresentano circa il 76% dei casi totali.
Tra le donne, si osservano più tentativi di suicidio, anche se con un tasso di mortalità inferiore rispetto agli uomini.
Le fasce d’età più colpite sono quelle tra i 45 e i 64 anni, seguite dai giovani tra i 15 e i 24 anni, che rappresentano una popolazione particolarmente vulnerabile.
Ai nostri microfoni, in esclusiva, è intervenuta la dottoressa Roberta Patanè.
“Il suicidio può avere svariate cause e può derivare dall’interazione di fattori biologici, genetici, psicologici, sociali, culturali e ambientali.
È impossibile stabilire e prevedere con certezza quali sono i motivi che portano un ragazzo a compiere questo gesto estremo ma statisticamente sembra essere maggiormente correlato alla solitudine, all’aver subito un lutto recente, all’avere malattie fisiche o croniche, a disturbi mentali, alla dipendenze da sostanze, ad aver subito abusi e traumi, ma anche, e non sono da sottovalutare, problematiche economiche, sociali e relazionali soprattutto se associate alla mancanza di sostegno sociale e all’isolamento sociale“.
“Il vero rischio di suicidio non è dato esclusivamente dalla palese dichiarazione di volersi togliere la vita ma dal mettere in atto tutta una serie di comportamenti ad alto rischio e a mettere in scena situazioni altamente pericolose per la propria incolumità, come ad esempio salire sui tetti e maneggiare armi o oggetti taglienti. È possibile in questi casi fare una distinzione tra:
Ritengo opportuno sottolineare che durante il periodo adolescenziale viene ritenuto nella norma avere pensieri suicidi temporanei dovuti alla delicata fase di transizione che si attraversa. Quando questi pensieri tuttavia permangono o si trasformano in atti realistici e potenzialmente pericolosi è assolutamente necessario intervenire e richiedere il sostegno di figure professionali specializzate“.
“Molto raramente il suicidio è un impulso improvviso, anzi molto spesso viene preceduto da tutta una serie di segnali e di indizi anche minimi che possono aiutarci a dare la giusta attenzione e il giusto supporto alla persona che sta soffrendo. I segnali che potrebbero indicare che qualcuno accanto a noi sta pensando al suicidio possono essere:
È fondamentale che tutti siano sensibilizzati sull’argomento, che tutti riescano a riconoscere i segnali d’allarme per poter riconoscere la situazione di disagio nel soggetto e per poter giocare d’anticipo. È fondamentale ascoltare i nostri ragazzi. Imparare a leggere il reale significato nascosto dietro un ‘non ce la faccio più’ o ‘sarebbe meglio per tutti che io non esistessi’.
Se sentite pronunciare parole del genere ai vostri figli o ai vostri amici, ponetevi in una posizione d’ascolto e d’accoglienza e non in una posizione giudicante che possa farli sentire in difetto, che possa far sì che sentano che le loro emozioni non vengano accettate.
È importante aiutarli a comprendere e conoscere le loro emozioni, anche quelle più forti, per imparare poi a gestirle e a regolarle nei momenti di frustrazione.
Bisogna, inoltre, prestare attenzione ai cambiamenti repentini d’umore e di abitudini, alla qualità del sonno, al consumo di sostanze stupefacenti o di alcolici, alla ricerca continua di fare attività rischiose“.
“Si tratta di un problema di salute pubblica che potrebbe essere in gran parte prevenuto con una massiccia dose di informazione sia all’interno delle scuole che all’interno degli ambienti di lavoro. Bisognerebbe attuare una campagna di sensibilizzazione che permetta a tutti quanti di riconoscere le prime avvisaglie, i primi segnali di allarme, in maniera tale da avvicinarsi in maniera empatica all’altro o, riconoscendone la gravità, aiutarlo insieme ad un professionista della salute specializzato.
In particolare esistono tre forme di prevenzione che possono essere attuate:
“Lo studioso americano Joiner ha parlato di diversi miti sul suicidio. Si pensa erroneamente che il suicidio sia sinonimo di debolezza tanto da essere visto come una fuga dal malessere quando in realtà quello che emerge dalle storie dei sopravvissuti è che al contrario hanno dovuto far fronte a esperienze traumatiche durissime per cui certamente non possono essere definiti deboli.
Si parla anche di egoismo per chi compie questi atti come se chi lo compie non pensa alle conseguenze che provocherà il suo gesto ma in realtà la persona suicidaria molto spesso decide di farla finita avvalorando la fantasia per cui i suoi cari staranno meglio senza di lui/lei.
È errata anche la convinzione per il quale chi commette un suicidio non fa programmi per il futuro perché solitamente è presente un’ambivalenza tra la vita e la morte per cui la persona può pianificare la propria morte ed al tempo stesso un viaggio o la speranza di avere nuovi progetti affettivi o lavorativi.
È sbagliato anche credere che chi commette un suicidio non voglia chiedere aiuto perché ci sono numerose evidenze scientifiche che dimostrano che prima di compiere l’atto suicidario avevano contattato un medico e molto spesso più si avvicina al momento fatale più aumentano le richieste di aiuto.
È errata anche la convinzione per cui solo chi soffre di disturbi mentali tenta il suicidio perché al contrario può derivare da una profonda tristezza ma non necessariamente corrisponde ad un disturbo psichiatrico.
Ed infine, come abbiamo visto, è sbagliato pensare che chi decide di togliersi la vita lo fa senza alcun preavviso perché nella maggioranza dei casi vengono lanciati dei segnali di allarme, sia verbali che comportamentali e proprio per questo è ancora più importante imparare a riconoscerli in un’ottica di prevenzione.
Ma certamente il mito più diffuso rispetto al suicidio è ‘chi lo dice non lo fa‘ ed è anche il più pericoloso. È una palese richiesta di attenzione che non deve in alcun modo essere sminuita“.
“La società dovrebbe contribuire fornendo un supporto a tutto tondo: facendo formazione nelle scuole, dando la possibilità anche grazie al bonus psicologo di rivolgersi a professionisti della salute mentale che possano seguire non solo il singolo ma le intere famiglie.
Maggiormente in queste casi è necessario un intervento multidisciplinare che abbia a che fare con l’intero sistema che deve aiutare la persona in difficoltà e che deve essere un supporto valido e costante.
La prevenzione deve essere presente nella nostra società non solo nelle scuole ma anche nelle aziende e nei luoghi di lavoro. Bisogna incrementare i fattori protettivi e diminuire i fattori di rischio attraverso interventi mirati e multidisciplinari che possano sostenere l’intero nucleo familiare.
I principi fondamentali di questi momenti di formazione devono fondarsi sulla possibilità di imparare a riconoscere le situazioni di crisi delle persone che ci stanno accanto. Bisogna promuovere una presa di coscienza da parte di tutta la società“.
Come sempre, vi ricordiamo che sono attivi alcuni numeri verdi a cui chiunque può rivolgersi per ricevere supporto e aiuto psicologico: