CATANIA – Quando vi abbiamo raccontato l’aggressione da parte del branco ai danni di un 17enne in piazza Roma, non sapevamo ancora che quel singolo episodio facesse parte di una storia ben più grande, nella quale si intrecciano cyberbullismo, violenza e Sant’Agata.
Proprio così: Sant’Agata. Tutto nasce da una frase in siciliano condivisa sul profilo Facebook del ragazzo aggredito in pieno centro, Rouben: “Na statua ca avi l’occhi e non viri, avi a ucca e non para, avi aricchi e non senti, stati mpazzennu p’avviriri na statua ca furia pa via Etnea?”. Parole che richiamano il Salmo 115:4-8: “4 I loro idoli sono argento ed oro, opera di mano d’uomo. 5 Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, 6 hanno orecchi e non odono, hanno naso e non odorano, 7 hanno mani e non toccano, hanno piedi e non camminano, la loro gola non rende alcun suono. 8 Come loro sian quelli che li fanno, tutti quelli che in essi confidano“.
Rapidamente il post diventa virale e attira le ire dei “devoti” alla “Santuzza” che iniziano a riempire il profilo del giovane di insulti e minacce. Nasce anche un gruppo Whatsapp: “Rouben a moriri” (Rouben deve morire, ndr). Lo stesso giovane viene inserito nella chat dove può ascoltare gli audio di minacce e leggere le pesanti parole d’odio a lui rivolte.
“Rouben non voleva offendere nessuno, non poteva immaginare cosa sarebbe accaduto scrivendo quella frase. Ha solo espresso una sua opinione, mettendoci la faccia e rifacendosi alla Bibbia. Non c’era malizia nelle sue parole. Si è scusato e io con lui, ma non è finito nulla”. A parlare ai nostri microfoni è Maria Grazia Cavallaro, la madre del 17enne finito nel mirino dei “fedeli”: “In pochi si sono dissociati da questa violenza gratuita, sono tanti invece quelli che accusano mio figlio di essersela cercata: ‘si poteva fari l’affari so’, ‘ma cu ciù purtau’” (Poteva farsi gli affari suoi, chi glielo ha fatto fare?, ndr).
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Giudizi e commenti sferzanti che non hanno risparmiato neanche la madre, accusata di non aver educato correttamente il proprio figlio: “Leggo i commenti di chi mi incolpa di non aver svolto al meglio il mio ruolo di genitore, che mio figlio non è stato educato a dovere. Accuse che non posso accettare. Sarei una cattiva madre se dicessi ‘ti hanno picchiato? Ok facciamo finta di niente’. O peggio se lo educassi a non essere libero di esprimere il proprio pensiero quando è diverso da quello dell’opinione comune. La violenza non deve mettere a tacere un’idea“.
Violenza arrivata con brutale puntualità e che Maria Grazia ha prontamente denunciato alle autorità: “Ho fatto quello che la legge mi dice di fare. Non ci sono sviluppi concreti, abbiamo però ricevuto solidarietà e supporto dalla Polizia Postale, che ha ascoltato e rassicurato Rouben”.
Una vera e propria caccia all’uomo quella che è stata messa in atto sui social contro il 17enne. Insieme alle minacce di morte, infatti, sono stati pubblicati il suo numero di cellulare, la via in cui vive e l’autobus che è solito prendere. Particolari che evidenziano un accanimento senza limiti nei confronti di un ragazzo descritto come pacifico e non violento. Caratteristiche che potrebbero averne fatto il bersaglio ideale di chi antepone la violenza al dialogo.
“Una vicenda surreale“. Maria Grazia commenta così la situazione che lei e suo figlio stanno vivendo. Dopo quel post, la vita di Rouben è radicalmente cambiata: per un mese non è andato a scuola e ha smesso di uscire, rimanendo chiuso in casa.
Ma non è servito a calmare gli animi. Appena riprende la sua vita ordinaria, torna nel mirino di quanti lo accusano sui social di avere offeso Sant’Agata, una colpa per la quale deve essere punito. Il 1° aprile Rouben viene riconosciuto per strada, inseguito e picchiato. L’intervento della nostra lettrice è una parentesi di civiltà che lo sottrae solo momentaneamente alle grinfie del branco. I messaggi audio diffusi dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” raccontano il successivo pestaggio: un cinque contro uno per “scassarlo di botte” (come descritto nelle discussioni in chat) che fa finire Rouben in ospedale.
In merito all’aggressione contro il giovane si pronuncia anche il vicesindaco di Catania, Marco Consoli, che sul suo profilo Facebook pubblica un lungo post nel quale dichiara di non condividere il pensiero del 17enne, condannando però duramente quanti offendono con le loro azioni violente il nome di Sant’Agata.
“Non so ancora se mio figlio è più o meno in pericolo. Non esce più di casa se non per andare a scuola, dove però sono io a doverlo accompagnare. Dovrei metterlo alla prova e farlo uscire, ma chi mi assicura che non gli accada nulla?”. Parole che raccontano la preoccupazione di una madre che non ha il timore di esporsi per difendere il figlio finito al centro di una becera violenza che si nasconde dietro il finto alibi della religione.
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C’è amarezza nelle sue parole, sensazione generata non solo dalle minacce dei giovanissimi ma, soprattutto, dai tanti commenti misti ad insulti di genitori che rischiano di rappresentare con il loro odio il peggior esempio per i figli: “Vorrei sensibilizzare le madri e i padri a riflettere sulle parole spese, bisogna dissociarsi da ogni forma di violenza. Vorrei solo che tutto questo finisse”.
Foto e montaggio video: Andrea Lo Giudice