Giorgio e Toni, uccisi perché ziti: a 40 anni dal delitto, Massimo e Gino sposi a Giarre

Giorgio e Toni, uccisi perché ziti: a 40 anni dal delitto, Massimo e Gino sposi a Giarre

Giorgio e Toni, uccisi perché ziti: a 40 anni dal delitto, Massimo e Gino sposi a Giarre

GIARRE – Omnia vincit amor. L’amore vince tutto. È così per Massimo Milani e Gino Campanella. Non lo è stato per Giorgio Agatino Giammona e Antonio Galatola. Due coppie dai destini opposti, due coppie per sempre legate a una data: il 31 ottobre 1980.


Il delitto di Giarre

Quarant’anni fa Giorgio e Toni vennero ritrovati esanimi. Le mani intrecciate, a suggellare nella morte l’amore che non poteva essere liberamente dichiarato in vita. I loro corpi giacevano sdraiati l’uno di fianco all’altro, sotto un pino, in un limoneto di Giarre che oggi non esiste più, cancellato dal cemento del parcheggio di una scuola. Lo stesso cemento che avrebbe voluto coprire la loro storia e la loro morte.

Giorgio Agatino Giammona e Antonio Toni Galatola: gli ziti di Giarre uccisi il 31 ottobre 1980

Fonte foto: viaggiatoricheignorano.blogspot.com

Due colpi di pistola, uno ciascuno alla testa, misero fine a quell’amore giudicato proibito, indecente. Giorgio, 26 anni, era uno dei pochi gay dichiarati del comune della provincia etnea. Nato da una relazione extraconiugale, a 16 anni era stato sorpreso dai carabinieri in auto con un ragazzo: da quel momento in città era stato marchiato con disprezzo come “puppu cu’ bullu” (“omosessuale patentato”). Antonio, “Toni”, di anni ne aveva 15. Nonostante le famiglie avessero provato a dividerli, Giorgio e Toni erano rimasti stretti l’uno all’altro, senza paura e imbarazzi, tra lo scherno e la condanna dei compaesani che li consideravano malati, deviati.


Erano scomparsi nel nulla il 17 ottobre. Un pastore 14 giorni più tardi scopre i loro corpi. Le indagini immediatamente avviate dai carabinieri appaiono superficiali e votate alla ricerca di un’affannosa e rapida conclusione della vicenda. Qualunque esito, purché il caso venga chiuso in fretta. Tutto purché non si faccia cenno alla matrice omofobica del gesto.

Le indagini

Al momento del ritrovamento dei cadaveri si ipotizza che i due si siano suicidati. I militari trovano un bigliettino con su scritto: “La nostra vita era legata alle dicerie della gente”. Nessuno, però, ne conosce la grafia. In un secondo sopralluogo nell’agrumeto, quasi sotterrata, viene ritrovata una pistola calibro 7,65.

Prende piede la pista del suicidio per interposta persona. In caserma si presenta, accompagnato dai genitori, il 13enne Francesco Messina. È nipote di Toni, confessa di essere stato lui a sparare agli “ziti” di Giarre. Secondo la sua versione dei fatti i due fidanzati gli avrebbero consegnato un orologio come ricompensa per convincerlo a compiere l’omicidio, minacciando di ucciderlo in caso di rifiuto. Per i carabinieri il racconto è attendibile. Il 13enne non viene nemmeno sottoposto al guanto di paraffina. A causa della minore età non è imputabile. Il caso è chiuso.

Pochi giorni dopo, ancora una svolta: il giovane ritratta e dichiara di aver confessato dopo essere stato schiaffeggiato dai carabinieri. Ma per la legge la vicenda è risolta e archiviata.

Sono in molti a ritenere che l’omicidio sia stato una vera e propria esecuzione. C’è chi sospetta che il 13enne possa aver agito spinto dalle famiglie dei due giovani, contrarie a quella relazione che in paese era malvista. O chi crede che i due fidanzati si siano effettivamente lasciati uccidere perché schiacciati dalle maldicenze, perché convinti che il loro amore non sarebbe mai stato accettato. Nessuno, in fondo, crede alla versione ufficiale dei fatti.

L’unica sentenza la emettono i concittadini dei due giovani. Il giorno dei funerali duemila persone seguono il feretro di Toni. Nessuno accompagna quello di Giorgio.

La nascita di Arcigay

Il delitto di Giarre, intanto, ha scosso l’opinione pubblica nazionale. Mentre nel comune etneo si alza fitta una coltre di omertà, forse per il timore perbenista di essere scandalosamente associato a una storia d’amore gay, in Italia si accende il dibattito in merito alle discriminazioni di cui sono vittime gli omosessuali.

Il tragico destino di Giorgio e Agatino diventa un momento fondamentale nella storia del movimento di liberazione omosessuale italiano. Sulla scia dei sentimenti smossi dal sanguinoso evento, a novembre di quello stesso anno nasce Arcigay, la prima associazione di lotta per i diritti LGBT+ in Italia. Il primo circolo è fondato a Palermo da Massimo Milani e Gino Campanella insieme ad altri attivisti: Antonino De Gregorio, Eugenio Arena, Francesco Lo Vecchio, Luigi Mutolo, Giovanni Orlando, Salvatore Scardina, Vincenzo Scimonelli e Salvatore Trentacosti.

Massimo Milani e Gino Campanella

Massimo Milani e Gino Campanella sono da 42 anni coppia nella vita e nella lotta per i diritti LGBT+. Oggi, 31 ottobre 2020, a quarant’anni dall’omicidio di Giorgio e Toni, tornano a Giarre per “sostituire un atto di violenza con un atto d’amore”. Oggi, infatti, Massimo e Gino si uniranno civilmente nella Sala degli Specchi del municipio. È la prima unione civile celebrata a Giarre, ad officiarla sarà il sindaco Angelo D’Anna.

Artigiani in una pittoresca bottega di pelletteria nel cuore di Ballarò, Massimo e Gino hanno deciso di cementificare la loro unione anche agli occhi della legge dopo che Campanella quest’anno ha rischiato di morire per un malore.

Per decenni Milani, Campanella e gli attivisti della comunità LGBT+ hanno conosciuto l’esclusione, la derisione e la violenza da parte di chi ha voluto denigrare l’amore omossessuale e osteggiare le loro campagne di sensibilizzazione contro l’omofobia.

L’unione civile di oggi, oltre a celebrare l’amore che dal 1978 li unisce, segna dunque il riscatto simbolico e politico di oltre 40 anni di impegno civile.

Massimo Milani e Gino Campanella sposi, fondatori del primo circolo Arcigay in Italia

Le conquiste del mondo LGBT+

Le conquiste ottenute in questi decenni non sono mancate, prima fra tutte la legge Cirinnà. Promulgata il 20 maggio 2016, ha riformato il diritto di famiglia introducendo il riconoscimento giuridico delle coppie formate da persone dello stesso sesso, stabilendone diritti e doveri reciproci.

Anche Papa Francesco, in un documentario realizzato dal regista Evgeny Afineevsky, si è dichiarato favorevole alle unioni civili tra persone dello stesso sesso: “Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente”. Un’apertura quasi rivoluzionaria quella manifestata dal Papa nei confronti delle unioni tra omosessuali, anche se restano distinte dal matrimonio, che per la dottrina cattolica è un sacramento riservato alle coppie eterosessuali.

Tra i risultati raggiunti dal mondo LGBT+ italiano un tassello, però, manca ancora all’appello: la legge contro l’omotransfobia. Solo pochi giorni fa alla Camera sono stati approvati i primi 5 articoli dei 10 di cui è composto il ddl Zan, che contiene misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale, all’identità di genere e alla disabilità. La votazione finale della legge è prevista per martedì 3 novembre, poi il testo passerà al vaglio del Senato.

È il prossimo traguardo che il mondo LGBT+ spera di poter festeggiare dopo 40 anni di attesa. Anche in ricordo dell’amore e del sacrificio di coloro che, loro malgrado, per primi hanno cambiato la percezione dell’omosessualità in Italia: Giorgio e Toni, gli ziti di Giarre.