Solitudine come malattia? Pronto il rimedio farmacologico

Solitudine come malattia? Pronto il rimedio farmacologico

Secondo i dati Eurostat, il 13% degli italiani soffre di solitudine. Si tratta di una vera e propria epidemia, causata dal modo di vivere degli occidentali che, spesso, pur di avere un lavoro, accettano di dimorare in piccoli appartamenti, lontano dai genitori, dagli amici, dal partner e dal luogo di origine.

Alla base di malattie cardiovascolari, neurodegenerative, declino cognitivo e indebolimento del sistema immunitario, al contrario di ansia e depressione, la solitudine non è riconosciuta come un disturbo clinico.



«Forse dovremmo chiamarla “sindrome da isolamento sociale”» ha suggerito, in un’intervista al The Guardian, la psicologa Ellen Hendriksen. Secondo la professoressa Stephanie Cacioppo la solitudine è «il risultato dell’interazione tra i segnali biologici che ci spingono a interagire con gli altri e le disfunzioni mentali che ci fanno percepire ovunque un pericolo sociale. Se si potessero ridurre i sistemi d’allarme nella mente degli individui che si sentono soli, allora li si potrebbe aiutare a riconnettersi con il mondo».

La domanda è: come? Qui entra in gioco la chimica e, in particolare, un ormone steroideo chiamato “pregnenolone”, in grado di migliorare i disturbi legati allo stress e di abbassare la soglia di allerta che fa percepire “minacce sociali” ovunque. La Cacioppo e il suo team, cautamente ottimisti, spiegano che in un futuro non troppo lontano potrebbero essere commercializzati farmaci che spronino chi soffre di solitudine ad affrontare gli ostacoli percepiti e quindi a riconnettersi più facilmente con gli altri; ma c’è un problema: in che modo distinguere chi soffre di solitudine per cause neurochimiche e chi per ragioni psicologiche? Secondo la psicologa Julianne Holt-Lunstad, prima di agire per via farmacologica si dovrebbe provare a risolvere il problema cambiando il proprio stile di vita.