Nomofobia la malattia del nostro secolo, tutti ne soffriamo ma nessuno ne è consapevole: ecco di che si tratta

Nomofobia la malattia del nostro secolo, tutti ne soffriamo ma nessuno ne è consapevole: ecco di che si tratta

CATANIA – Al giorno d’oggi tutti possiedono uno o più cellulari: giovani, adulti e in alcuni casi anche anziani. Vuoi per necessità, per lavoro o per qualsiasi altra ragione. Al contempo, però, viviamo con l’esigenza di essere sempre reperibili, cercando l’operatore che “prenda” ovunque.


Immancabile, negli zaini e nelle borse, la presenza del powerbank – quasi come una sorta di “salvavita” per le emergenze, in modo da avere sempre la batteria carica, perché va bene tutto ma se lo smartphone si scarica, diventa un “problema”. Esiste, però, come ogni cosa, un discrimine ben preciso tra quella che consideriamo la “normalità” e quello che configura, invece, un vero e proprio disturbo che può portare a conseguenze ben peggiori.


Nello specifico, la dipendenza acuta da cellulare, con annessa paura di perderlo o non averlo a portata di mano e di disporre sempre di credito a sufficienza, è la cosiddetta nomofobia, considerata la “malattia” del nostro secolo. Ai microfoni di NewSicilia è intervenuta la psicologa Claudia Giusi Giuffrida, che si occupa proprio di disturbi d’ansia, dell’umore, panico, fobie, difficoltà comunicative, relazionali e problemi di autostima, per spiegarci di cosa si tratta: “La nomofobia o Sindrome da disconnessione è un termine che deriva dall’anglosassone ‘no-mobile phobia‘, utilizzato per indicare una condizione psicologica caratterizzata da malessere e sofferenza generata dal non avere con sé il proprio smartphone e soprattutto dalla preoccupazione di rimanere disconnessi dalla rete mobile e non essere rintracciabili“.


Abitudini sempre più frequenti quali rimanere connessi gli uni con gli altri, aggiornare ripetutamente il proprio stato e/o controllare quello altrui per non perdere informazioni, fanno sì che si entri in un circolo vizioso pari a quello di una qualsiasi forma di dipendenza per cui, se per qualche motivo non è possibile procedere come di consueto, poiché la batteria è scarica, manca la connessione o si dimentica il dispositivo, il nomofobico si trova a sperimentare un forte stato d’ansia, fino a sfociare in vero e proprio panico“, ha aggiunto.



Ci sono degli atteggiamenti tipici da attenzionare per capire quando si è di fronte ad un caso del genere e quando no. La dottoressa, a tal proposito, ci ha illustrato tutti i possibili “campanelli d’allarme”: “I segnali principali sono rintracciabili in un’ampia gamma di comportamenti disfunzionali come ad esempio l’utilizzo prolungato del telefono o tablet; controllare continuamente cosa gli amici condividono nei diversi social network; commentare e condividere informazioni; non spegnere mai il proprio smartphone neanche nelle ore notturne e dormire con il dispositivo nel letto; svegliarsi di notte e controllare i vari aggiornamenti; utilizzare lo smartphone in posti e momenti poco pertinenti quali il bagno, il cinema, durante i pasti; monitorare costantemente lo schermo del dispositivo per verificare se sono presenti notifiche, chiamate o messaggi“.

Effetti negativi sia sulla salute mentale che fisica. La dipendenza da cellulare, infatti, come spiegato dalla psicologa Claudia Giusi Giuffrida, diventa problematica se si superano i limiti: “A differenza di una normale apprensione legata alla possibilità di rimanere senza il proprio telefono, si può parlare di nomofobia quando tali preoccupazioni appaiono sproporzionate ed esagerate e la persona presenta sintomi fisici quali battito cardiaco accelerato, alterazione della funzionalità respiratoria, disorientamento, dolore al torace, sensazioni di vertigini, tremori, sudorazione e agitazione, simili ad un attacco di panico”.

Ma non è tutto: “Il disturbo si caratterizza, inoltre, oltre che dalla presenza di comportamenti disfunzionali, anche da pensieri irrazionali quali la convinzione di poter perdere informazioni importanti se non si è connessi ad internet. Il soggetto non ha più il controllo, la modalità di un utilizzo sano e non riesce a fare a meno di una connessione dati e di un dispositivo tecnologico“.

Questa forma di dipendenza, come detto, comporta conseguenze importanti sia sul piano psicologico che emotivo e sociali. Il tutto ha forti ricadute sul soggetto e sulle relazioni sociali: “Lo stato di tensione, stress, nervosismo, ansia e paura incide sulle abitudini quotidiane e sul rapporto con gli altri, determinando isolamento, bassa autostima, instabilità emotiva, aggressività e difficoltà di concentrazione. Effetti negativi si riscontrano anche nell’alterazione sonno-veglia e nella compromissione delle funzioni cognitive quali ad esempio attenzione e memoria“.

Come ci ha spiegato la dottoressa, sebbene tali disturbi siano abbastanza diffusi in tutte le fasce d’età della popolazione, i soggetti maggiormente a rischio sono i giovani dai 18 ai 25 anni. Il perché è presto detto: “Alla base vi è un senso di insoddisfazione della propria vita e delle relazioni sociali e lo strumento tecnologico diventa inconsapevolmente un mezzo di difesa, protezione ed evasione da ciò che spaventa nella vita reale“.

Si compie, così, una sorta di “manipolazione inconsapevole” e si diventa assoggettati completamente a un semplice oggetto. Una dipendenza, quindi, da non sottovalutare, ricordando che è importante riprendere il contatto con la realtà mettendo in atto alcuni accorgimenti, ma se da soli non si riesce è bene rivolgersi ad un professionista specializzato, tenendo a mente che non è una vergogna chiedere aiuto.

Una volta individuato il soggetto che soffre di nomofobia, pertanto, si deve intervenire. Ecco i consigli della nostra intervistata, esperta nel campo, per superare il problema e ritornare, in un certo senso, “a vivere”: “Dal momento che lo smartphone diventa spesso il principale strumento attraverso il quale ci si relaziona con gli altri, occorre innanzitutto ristabilire il contatto con il mondo circostante, cercando di godere e trovare soddisfazione nelle attività e rapporti interpersonali ‘reali’. Un’utile strategia è dedicarsi ad interessi e hobby che donano piacere, come ad esempio leggere un libro, trascorrere del tempo all’aria aperta, praticare sport o stare con gli altri”.

E ancora: “Occorre, inoltre, imporsi dei limiti in modo da separarsi gradualmente dal dispositivo, introducendo regole quali spegnere il telefono la notte o tenerlo lontano durante i pasti. Ancora, disattivare le notifiche o la suoneria può essere un accorgimento importante, in modo da impedire il richiamo continuo e la tentazione di utilizzare lo smartphone“.

Ebbene sì, la nomofobia è ufficialmente, quindi, la nuova “malattia” del XXI secolo. In parte tutti ne siamo affetti, chi più chi meno, ma ciò che conta è esserne consapevoli e frenare il più possibile gli effetti veramente dannosi. In passato, si era meno connessi ma più presenti, oggi – paradossalmente – la tecnologia ci ha uniti tutti, accorciando le distanze, e il risultato è che siamo sempre online ma “assenti”, poiché abbiamo alzato un “muro” ben più grande. Tutti con gli occhi sullo schermo del proprio smartphone, tutti col telefono tra le mani, sostituendo anche gli abbracci ai like. Si può essere vicini in un attimo ma, nello stesso tempo, abbiamo rinunciato a tanto altro che ha caratterizzato i secoli passati e di cui, oggettivamente, se ne sente la mancanza.