“I giorni dell’abbandono”, il racconto del romanzo di Elena Ferrante

“I giorni dell’abbandono”, il racconto del romanzo di Elena Ferrante

ITALIA –  Chi prende tra le mani un bicchiere di cristallo si accorgerà presto che quel sottile strato di vetro prezioso rischia di diventare addobbo del pavimento, sebbene lo splendore punti sulla stima caparbia che ripone in sé. La storia però insegna che il cristallo passato di mano in mano accusa una vertigine improvvisa, poi di colpo la forza di gravità vince qualsiasi lega sfuggita alla cattura.

I giorni dell’abbandono” di Elena Ferrante praticano l’autopsia del tempo raccontato da una donna costretta ad abdicare al suo sè. Si chiama Olga, ha 38 anni, un marito, due figli, un cane. Una cornice da spot pubblicitario girato alle 7 del mattino, nell’ora in cui una famiglia riunita attorno a un tavolo consuma la colazione “tutti insieme appassionatamente”.


Ancora una volta la forza di gravità gelosa di tanta, esagerata armonia, distrugge tutto quello che le si para davanti senza provare nè pena nè pietà per il delitto della bellezza. Olga bella lo è veramente, giovane la metà di Carla, la fidanzata ventenne di Mario, l’infedele seduto al tavolo della ricca colazione compresa di spine.
“Per vuoto di senso”.

Mario lo elegge a motivo, Olga ne raccoglie il frutto marcio, si riempie la pancia di veleno prima di entrare nel labirinto dell’abbandono. Ed è proprio lei, Elena-Olga, la voce narrante di una vita da rifare, ad aprire l’album del viaggio senza valigie in compagnia di un solitario sè.

I giorni di Olga temeranno l’appuntamento col sole, d’ora in poi le notti saranno schegge impazzite sul letto pieno a metà. “Il vuoto di senso” ha un nome di donna che riempie spazi non suoi. Si potrebbe chiamare furto se la vittima non fosse così disponibile ad accogliere il reato. Non leggeremo di mani agitate per dire addio alla fiducia perduta, scalino dopo scalino Olga scende, si perde nel sottobosco abitato da un futuro di scheletri.

Olga torna a lui attraverso le immagini mentali dei ricordi, la vita prima del “vuoto di senso”. A lui dedica il sole bugiardo giù a picco sullo spreco di vita in nome di un amore fantasma.
“Esistere è questo, pensai, un sussulto di gioia, una fitta di dolore, un piacere intenso, vene che pulsano sotto la pelle, non c’è nient’altro di vero da raccontare.”

Dalla disperazione in picchiata sul vuoto, Olga lascerà entrare nella sua vita il cambiamento sbagliato perdendo l’alito di donna preziosa. Dalla bellezza fedele al suo sè, salta sugli eccessi ai limiti della lucida follia che comincia a farle la corte con discrezione sì, ma senza pause di pietà.

Grida e silenzio si danno il cambio nella dimensione tutta vertigine ansiosa di schizzare lava incandescente dal vulcano risvegliato da un giuda.

Con gli occhi aperti si vede meglio la selva oscura travestita da prato. Il frutto marcio sembrava maturo, i rami dell’albero si fingevano abbracci poi rivelatesi artigli da cui difendersi.

Illusione assolta soltanto ai novizi dei sentimenti, superato il tirocinio, la realtà sarà colta in flagranza.

“I giorni dell’abbandono” appartengono alla sfida vinta con coraggio da un esercito di Olga scaraventati in guerra, straziando le loro verdi oasi di pace. Ricominciare.

È però necessario spogliarsi dal doppio gioco della mente drogata da un immenso dolore. Ricominciare da una lotta greco-romana portata avanti con carezze prese a pugni sul ciglio dell’anima straziata eppure in piedi, perché “immensa di senso”.

“Il futuro sarà tutto così, la vita viva insieme all’odore umido della terra dei morti, l’attenzione insieme alla disattenzione, i balzi entusiastici del cuore insieme ai bruschi cali di significato. Ma non sarà peggio del passato.”
Olga moglie, Olga madre.

Sempre più madre, sempre meno moglie, così il desiderio aspetta di elemosinare alla passione un brivido stantio. L’abitudine toglie la parola per inventarne un’altra già stanca ancor prima di completarsi in dialogo. La sposa è diventata madre, la coppia resiste un po’ prima del crollo. Ecco l’errore, ecco la colpa, durante “I giorni dell’abbandono” Olga interroga i suoi ieri alla ricerca di un indizio, se c’è. È stata madre di suo marito, questa la causa della voragine che ha inghiottito il suo matrimonio.

“Sì, ero stupida. I canali dei sensi si erano chiusi, non vi scorreva più il flusso della vita chissà da quando. Che errore era stato chiudere il significato della mia esistenza nei riti di Mario mi offriva con prudente trasporto coniugale. Che errore era stato affidare il senso di me alle sue gratificazioni, ai suoi entusiasmi, al percorso sempre più fruttuoso della sua vita. Che errore, soprattutto, era stato credere di non poter vivere senza di lui, quando da tempo non era affatto certa che con lui fosse vita.”

Chi ha letto tutti i romanzi di Elena Ferrante non può negare di aver partecipato al flusso amoroso allargato a macchia d’olio su pagine, righe, copertine schierate. Se la scrittura è “vuota di senso”, la firma sul romanzo non le appartiene. Una ragione in più per avvicinarci alla scelta di Mario senza giudicare la bussola del battito distrutta in mille pezzi.

Che sia lui l’abbandonato?