Rocco Greco, la storia dell’imprenditore antimafia riabilitato dopo il suicidio

Rocco Greco, la storia dell’imprenditore antimafia riabilitato dopo il suicidio

GELA – La storia dell’imprenditore gelese Rocco Greco è di quelle che fanno crescere un’istintiva rabbia man mano che la matassa delle ingiustizie si dispiega. L’etichetta di “errore amministrativo” applicata alla sua vicenda, infatti, appare riduttiva se confrontata con l’estremo sacrificio che ha compiuto per cercare di salvare l’azienda e la famiglia dall’onta dell’accusa di vicinanza ad ambienti mafiosi che ha dovuto subire.


La vicenda

Titolare della Cosiam S.r.l., società di costruzioni che opera a livello nazionale nel campo dei lavori pubblici, Rocco Greco, classe 1962, era il leader degli imprenditori antiracket di Gela. Dopo aver pagato per anni il pizzo, infatti, nel 2007 Greco aveva deciso di denunciare i boss della Stidda e di Cosa Nostra che si dividevano le estorsioni nella città del Nisseno. Aveva convinto, inoltre, anche altri 7 imprenditori a fare altrettanto. Le loro denunce diedero vita all’operazioneMunda Mundi“, che portò all’arresto di 11 persone e che si concluse con il giudizio della Cassazione, che emise condanne per oltre 134 anni di carcere.


La vendetta dei boss contro Rocco Greco

La vendetta dei “padrini” non si fece attendere. A loro volta denunciarono l’imprenditore, negandogli il suo status di vittima ed “elevandolo” a loro socio in affari: secondo l’artificiosa ricostruzione dei boss, aveva pagato le tangenti in cambio dell’aiuto fornito dalle cosche mafiose per fargli vincere le gare d’appalto. Il processo si concluse per Greco con l’assoluzione dalle infamanti insinuazioni.


Le interdittive antimafia

Eppure la decisione dei giudici non bastò a ripulirlo agli occhi del Ministero dell’Interno che, infatti, nell’ottobre del 2018 negò alla Cosiam l’iscrizione nella white list (una sorta di anagrafe antimafia) per i lavori di ricostruzione dopo il devastante terremoto che colpì il Centro Italia nel 2016. La “Struttura di missione e prevenzione antimafia” (Sisma) del Viminale spiegò, nelle motivazioni additate a sostegno dell’esclusione, che Greco nel corso degli anni aveva avuto “atteggiamenti di supina condiscendenza nei confronti di esponenti di spicco della criminalità organizzata gelese“, adducendo anche un ipotetico rischio di infiltrazioni mafiose nella società.



Con l’ultima interdittiva antimafia, quella del febbraio del 2019, all’azienda vennero revocate tutte le commesse pubbliche e private, provocando il licenziamento di 50 operai. Nonostante i ricorsi, il Tar di Palermo non concesse la sospensione dell’interdittiva e quello del Lazio diede il via libera al Ministero per negare l’iscrizione. Il tracollo per un’azienda considerata un’eccellenza in una città difficile come Gela.

“Se vado via, i miei figli sono a posto”

Le calunnie dei mafiosi della Stidda avevano fatto centro, i boss avevano avuto la loro vendetta. E Greco, a quel punto, si arrese, incredulo e sgomento, accusato e punito da quella stessa Giustizia alla quale si era affidato totalmente quando aveva denunciato i suoi estorsori. “Ormai, il problema sono io. Se vado via, i miei figli sono a posto“, queste le parole con le quali si sarebbe sfogato con la moglie. Così, all’alba del 27 febbraio del 2019, a 57 anni, si sparò un colpo di pistola alla tempia nella sua azienda.

L’errore amministrativo e la riabilitazione di Rocco Greco

A distanza di un anno e mezzo, il Tar del Lazio ha emesso la sentenza che ha assolto definitivamente Rocco Greco (Riccardo, come era conosciuto in città) e che ha “ripreso” il Viminale, annullando le due interdittive, illegittime e infondate. Dopo un errore amministrativo, dunque, adesso la Cosiam e il suo fondatore sono stati riabilitati.

Una sentenza che suona quasi come un’amara beffa per la famiglia del compianto imprenditore, adesso finalmente assolto, ma con colpevole ritardo e dopo aver pagato un prezzo troppo alto: quello della dignità di uomo, dell’onore di imprenditore in prima linea contro la mafia, e della vita.

Enormi, intanto, sono stati gli sforzi messi in atto in questi mesi dalla moglie Enza e dai tre figli per far rinascere l’azienda, riassumendo tutti i dipendenti e conquistando nuovi appalti. Un duro impegno portato avanti con dedizione e tenacia per onorare la memoria dell’uomo, prima ancora che dell’imprenditore, ingiustamente travolto e sopraffatto da un’accusa infamante che gli ha tolto il respiro.

Fonte foto: wikimafia.it