Paolo Giaccone, la scelta di un uomo libero contro la mafia

Paolo Giaccone, la scelta di un uomo libero contro la mafia

PALERMO – Cinque colpi sparati da una Beretta 92 Parabellum. Tanti ne sono stati esplosi la mattina di mercoledì 11 agosto 1982 contro il professor Paolo Giaccone. Tre sicari appostati tra i viali alberati all’ingresso del Policlinico di Palermo, attesero che il medico parcheggiasse l’auto per recarsi al lavoro, all’Istituto di Medicina Legale di cui era primario, poi puntarono alla testa.


Chi era Paolo Giaccone? E perché Cosa nostra volle la sua morte?

Nato a Palermo il 21 marzo 1929, Giaccone conseguì la maturità classica nel 1947 e si iscrisse alla facoltà di Medicina dell’Università di Palermo. Dal terzo anno frequentò l’Istituto di Medicina legale, diretto dal professore Ideale Del Carpio. Nel 1953 si laureò, con il massimo dei voti e la lode, con una tesi in ematologia forense. Sposato con Rosetta Prestinicola, ebbe 4 figli: Camilla, Antonino, Amalia e Paola.


Competenza, rigore scientifico e professionalità, furono le cifre della carriera di Paolo Giaccone. Esperto di balistica, tossicologica ed ematologia forense, criminologia, tanatologia, analisi dei “guanti di paraffina”, collaborò spesso con la magistratura in veste di consulente. Fu lui a eseguire le perizie e le autopsie sul presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, l’onorevole Michele Reina, il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, il capitano Emanuele Basile, il procuratore Gaetano Costa, il giudice Cesare Terranova, il poliziotto Lenin Mancuso, il giornalista Mario Francese. Tutti uccisi dalla mafia.



Le indagini del professor Paolo Giaccone sulla strage di Bagheria

Ma è per un’indagine in particolare che Cosa nostra decide di far fuori il medico legale, quella sulla strage di Bagheria. Il 25 dicembre 1981 un commando guidato da Giuseppe Marchese, nipote del boss di Corso dei Mille Filippo Marchese, sparò all’impazzata contro l’auto sulla quale viaggiano i mafiosi della cosca avversaria. L’obiettivo: ottenere con un bagno di sangue il controllo della città in provincia di Palermo. Morirono due mafiosi: Giovanni Di Peri, boss della famiglia di Villabate, e Biagio Pittaresi. Sotto i colpi dei corleonesi perse la vita anche un passante, Onofrio Valvola.

L’auto utilizzata dai killer per l’agguato, una Fiat 128, venne ritrovata e si rivelò fondamentale per l’attività investigativa. All’interno, infatti, venne individuata un’impronta digitale. Le indagini per scoprire a chi appartenesse vennero affidate al professore Paolo Giaccone, ordinario di Medicina legale nella facoltà di Medicina e di Antropologia criminale a Giurisprudenza.


Le minacce e le pressioni da parte del clan non tardarono ad arrivare: Cosa nostra voleva che il medico falsificasse le conclusioni della sua perizia, evitando di svelare l’identità dell’omicida. Giaccone, dando ancora una volta prova di estrema professionalità e alto senso del dovere, andò avanti col proprio lavoro e, grazie alla sua perizia, Giuseppe Marchese fu condannato al carcere a vita.

La scelta di un uomo libero

Una decisione da uomo libero, quella presa da Giaccone, che la mafia decise di punire con la morte. Una scelta dettata dall’etica, dal rispetto per il proprio lavoro e dalla parte della legalità. Perché per combattere contro la mafia e la corruzione, per compiere il proprio dovere e avere un alto senso civico, non occorre indossare una divisa o essere un uomo dello Stato. Basta scegliere, giorno dopo giorno, di fare dell’onestà e della legalità le proprie regole di vita.

Oggi il Policlinico Universitario di Palermo è intitolato alla memoria del professore Paolo Giaccone. Un cippo è stato eretto in suo onore davanti alla sezione di Medicina Legale.

Cippo Paolo Giaccone Policlinico Universitario Palermo Sezione Medicina Legale

Fonte foto: Facebook – Pagina “Giovanni Paolo FalconeBorsellino”

Fonte immagine di copertina: Wikipedia