All’IPSSEOA Karol Wojtyła il riso racconta la memoria di un territorio, viaggio tra lingua e tradizione

All’IPSSEOA Karol Wojtyła il riso racconta la memoria di un territorio, viaggio tra lingua e tradizione

CATANIA – Nella mattinata di oggi, 9 febbraio, gli studenti dell’IPSSEOA Karol Wojtyła hanno riempito l’aula con l’attenzione di chi comprende di trovarsi davanti a qualcosa che va oltre la cucina. Perché il riso – e soprattutto l’arancino – non è soltanto un alimento: è racconto collettivo, appartenenza, tradizione che continua a rinnovarsi.

L’incontro, coordinato dai professori Mannino e Del Genio, ha intrecciato scienza, storia e cultura materiale, guidando i ragazzi dentro la filiera produttiva e dentro il lungo viaggio di un prodotto capace di parlare linguaggi diversi restando profondamente siciliano.

Ad aprire la giornata è stata la dirigente scolastica, prof.ssa Rita Donatella Alloro, che ha invitato gli studenti a guardare oltre il gesto tecnico. Ha ricordato loro che un professionista della ristorazione non prepara soltanto piatti, ma custodisce significati, tutela eredità, trasmette memoria. Ogni ricetta, ha detto, è una pagina di storia.

E la storia, in effetti, è entrata in aula con forza.

Gli interventi di Davide Mantovani, per l’Ente Nazionale Risi, e della dott.ssa Chiara Ingra hanno accompagnato i presenti tra varietà, qualità, profumi, trasformazioni, mostrando la straordinaria complessità di un ingrediente spesso dato per scontato. Attorno a loro, il dialogo con il mondo istituzionale e produttivo, con la presenza dell’on. Giuseppe Castiglione, di Domenico Privitera e di Sebastiano Conti, ha restituito l’immagine di una comunità che lavora insieme per proteggere e valorizzare un patrimonio comune.

Poi è arrivato il momento più atteso, quello in cui la tecnica ha lasciato spazio alla narrazione.

Il presidente della Confraternita dell’Arancino, prof. Calogero Matina, ha preso per mano i ragazzi e li ha condotti indietro nel tempo. Tra pagine e citazioni, ha evocato il lavoro del lessicografo ottocentesco Giuseppe Biundi, dove la parola arancinu appare come segno vivo di un uso radicato. Non una bandiera, ma una testimonianza.

E poi il salto nel Novecento: 1950. La ricetta entra nella grande editoria gastronomica, esce dalle cucine di casa e comincia a viaggiare, a essere conosciuta, reinterpretata, amata in tutta Italia. Da patrimonio locale diventa simbolo nazionale, senza mai smettere di appartenere alle sue città.

In quell’istante è stato chiaro a tutti che la domanda non era chi avesse ragione.

La risposta stava nella ricchezza della pluralità, nella capacità di una tradizione di generare forme diverse eppure riconoscibili, nella forza di una memoria che unisce anche quando distingue.

Gli studenti hanno ascoltato in silenzio, qualcuno ha preso appunti, altri hanno sorriso riconoscendo racconti sentiti in famiglia. È così che la cultura diventa viva: quando ciò che si studia incontra ciò che si è.

Alla fine non restava soltanto un chiarimento linguistico. Restava la consapevolezza di essere eredi.

Ed è forse questa la lezione più importante che una scuola possa offrire.

Alcuni scatti

Articolo redatto in collaborazione con la Prof.ssa Patrizia Seminerio