RAGUSA – L’ha uccisa dopo l’ennesima discussione, dopo averla colpita alla testa con un oggetto contundente mentre lei era di spalle, probabilmente seduta in cucina a guardare la televisione. Lei ha tentato di difendersi, nonostante i numerosi colpi ricevuti, ma non c’è stato nulla da fare. Maria Zarba, di 66 anni, è morta così l’11 ottobre scorso per mano di suo marito da cui si era separata, Giuseppe Panascia, di 74 anni.
Secondo le indagini condotte dalla polizia scientifica di Palermo e Ragusa e dalla locale squadra mobile, alcune piccolissime e invisibili tracce di sangue della donna sono state trovate all’interno del veicolo del marito, usato per allontanarsi dal luogo del delitto.
Oltre al sangue della donna trovato a bordo della macchina, altre tracce ematiche sono state trovate e repertate sugli indumenti indossati dal 74enne al momento dell’omicidio. L’uomo aveva però dichiarato agli inquirenti che quelle macchie fossero in realtà di cous cous e che, sicuramente, si era sporcato mentre lo cucinava nei giorni precedenti.
In realtà, subito dopo l’omicidio della moglie, il 74enne si era cambiato i vestiti ma, nonostante ciò, si sarebbe sporcato di sangue sia i pantaloni che il maglione e la camicia puliti. Pochissimi elementi, quasi impercettibili a occhio nudo, che però hanno incastrato l’uomo e che sono stati trovati anche sulle maglie dell’orologio.
Nei laboratori della polizia scientifica è stato possibile estrarre il DNA dei campioni di sangue trovati e compararli con quello del 74enne, fino a questo momento indagato, e con quello della vittima. Grazie a queste analisi è stato possibile stabilire con assoluta certezza l’appartenenza del DNA tanto all’uomo quanto alla moglie.
Le accuse rivolte dagli inquirenti a Panascia scaturirebbero dalla visione delle immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza della zona che lo avrebbero immortalato nei dintorni del luogo del delitto.
Lo scorso 3 novembre il tribunale del riesame di Catania ha respinto il ricorso presentato dal legale del 74enne, che resta dunque in carcere.



