Nel 2016 la Cina ha presentato 1 milione e 338 mila brevetti, più di Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Germania. Si tratta, per la maggior parte, di oggetti del comparto digitale e informatico.
In un’intervista di Lello Naso a Il Sole 24 Ore, Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, ha affermato: «Il motivo della svolta è semplice. Il “Piano China Manifacturing 2025” ha spostato le risorse per lo sviluppo verso la manifattura. L’obiettivo è la totale trasformazione del tessuto industriale cinese: da fabbrica a basso costo a industria di alta tecnologia. Nel 2049, nel centenario della Repubblica Popolare Cinese, Pechino diventerà, probabilmente, la prima produttrice di tecnologie digitali al mondo. Per questo verranno tagliati gli investimenti nell’immobiliare e nella soft economy, e saranno aumentati quelli nella manifattura».
L’Italia, invece, insieme a Germania, Gran Bretagna e Francia utilizzerà i piani d’investimento “Industria 4.0” per consolidare la leadership nelle tecnologie legate a Internet. Nel 2016 lo “stock” di investimenti è stato di 12,8 miliardi di euro (le imprese italiane controllate da Pechino erano 398).
«In Cina – ha dichiarato ancora Noci – è finita l’era del Guandong, cioè del tessile a basso costo. I nuovi distretti industriali sono sullo stile di Chongqing, il più grande polo globale per lo “smart manufacturing”, o di Xian, l’insediamento aerospaziale cinese, impegnato nelle future missioni su Marte».
Tuttavia, secondo Alfonso Gambardella, professore di Economia e gestione delle imprese all’Università Bocconi di Milano, benché i numeri cinesi siano impressionanti non c’è da preoccuparsi: «In UE si fa più selezione, se un brevetto non è utilizzabile non viene registrato». Anche Isabella Leone, direttrice del master Luiss in Open Innovation, la pensa allo stesso modo: «In Italia i criteri per l’approvazione sono molto più rigorosi. Non c’è l’effetto quantità, ma qualità».



