RAVENNA – Sarebbe incapace di intendere e di volere, il palermitano che il 25 marzo del 2017 a bordo di una Fiat 600 accompagnato dal padre 76enne, ha fatto irruzione nella caserma dei carabinieri di Ravenna, dicendo di avere una bomba nell’auto.
Il palermitano aveva spiegato, davanti al giudice Antonella Guidomei, a marzo, la sua vera intenzione: ovvero farsi arrestare perché si sentiva spiato e aveva paura per la sua sicurezza.
È stata, quindi, richiesta una perizia psichiatrica dal pubblico ministero Daniele Barberini, curata dal direttore del dipartimento di salute mentale friulano che si occupava del 47enne. La perizia è poi risultata fondamentale per l’esito del processo.
Il 25 marzo, il 47enne e il padre volevano andare a Genova, per poi raggiungere Palermo, la loro città di nascita. Ma il figlio, si è diretto verso Ravenna perché avrebbe sentito delle voci, durante una telefonata a una zia che vive Punta Marina. Avrebbe riferito al padre di sentirsi spiato e che a Genova “c’era qualcuno ad aspettarlo che lo avrebbe ucciso”.
L’uomo, di 47 anni, è stato assolto davanti al giudice per le udienze preliminari Janos Barlotti, che non ha disposto alcuna misura restrittiva ritenendolo non socialmente pericoloso. Il 47enne era accusato, insieme con il 76enne di danneggiamento aggravato, interruzione di pubblico servizio, introduzione clandestina in luoghi militari, procurato allarme e resistenza a pubblico ufficiale.
All’uomo è stato anche revocato l’obbligo di dimora sul territorio di Pordenone, dove vive, al quale era stato sottoposto dopo la scarcerazione. Per quanto riguarda il caso del padre, era stato già archiviato.




