GELA – Il recente rinvio a giudizio di cinque dirigenti della raffineria Eni di Gela ha portato a focalizzare l’attenzione su una questione molto importante, quella dell’inquinamento dei fondali marini. Un problema che, come abbiamo visto già alcuni mesi fa occupandoci del polo petrolchimico siracusano, coinvolge qualsiasi luogo affacciato sul mare e occupato da stabilimenti industriali. L’area industriale gelese, come ben sappiamo, nacque negli anni ’60 con l’obiettivo di sfruttare le risorse di petrolio greggio presenti nella zona. Tutto ciò portò a un grande impatto ambientale, in quanto la città fino ad allora era del tutto dedita alle attività del settore primario, e negli anni successivi i progetti iniziali furono ridimensionati.
Col passare del tempo si cominciarono ad avvertire i segnali di questo stravolgimento e la contemporanea costruzione dei due porti, Isola e Rifugio, pose un interrogativo molto importante, ossia se la città dovesse mantenere la vocazione commerciale, con l’approdo di prodotti di prima necessità, o se dovesse convertirsi del tutto a quella industriale. Malgrado lo scalo artificiale inizialmente fu fatto per conciliare entrambe le cose, con il tempo le funzioni del settore secondario cominciarono a essere privilegiate. Alcuni fatti di una certa portata, come la mareggiata del 2004, hanno continuato ad alimentare il dibattito, anche riguardo al modo in cui il porto fu costruito. Tutto ciò fino alla dismissione dell’impianto industriale nel 2014, con un progetto di bonifica e di riconversione in bioraffineria.
La tutela dell’ecosistema e dell’ambiente marino è un tema che sta molto al cuore a chi si occupa del decoro e della fruibilità di una risorsa molto importante come il mare, ancora di più quando nei fondali sono presenti rifiuti abbandonati, che mettono a repentaglio la vita degli organismi della flora e della fauna marina. In merito a ciò abbiamo sentito il direttore della Riserva Naturale Biviere di Gela Emilio Giudice, che ha puntualizzato come ci sia ancora molta strada da fare in questa direzione. “Il pontile di Porto Isola – puntualizza Giudice – è stato utilizzato anche per scopi commerciali, oltre che industriali, fino a quando avvenne la mareggiata. Attualmente l’attività industriale è ridotta perché arrivano solo quattro navi al mese. Quanto ritrovato dalla Capitaneria di Porto sott’acqua conferma il fatto che negli anni passati il mare è sempre stato visto come una discarica. Fino agli anni ’90 c’era un impianto che produceva concimi agricoli e il materiale trattato, la fosforite, veniva buttato, in grandi quantità, sott’acqua. Le strutture non utilizzate purtroppo rimangono li e non vengono dismesse”.
Lo scalo portuale cittadino, già problematico di per se, necessita di interventi per la sua salvaguardia. Oltre a ciò anche l’insabbiamento progressivo dell’area e gli abusi da evitare sono altri aspetti da tenere sempre d’occhio.“Purtroppo qui non è possibile realizzare un vero e proprio porto commerciale – conclude Giudice – perché, a causa dei fondali bassi, l’area continua sempre a insabbiarsi, come dimostrano i dati degli ultimi 50 anni, con il mare che è entrato nella nostra riserva per 250 metri. Quando fu progettato lo scalo esistente, fu fatto male e dobbiamo pensare a salvaguardare quello che c’è, proprio per evitare altri abusi, già fatti in passato, che rischiano solo di compromettere l’economia del posto. A Gela c’è sempre stata una sensibilità nei confronti dell’ambiente e degli ecosistemi molto bassa da parte delle istituzioni. Nel Porto Rifugio ci sono ancora oleodotti seppelliti e mai bonificati, dai quali potrebbero affiorare altre sostanze inquinanti. Il danno ambientale che deriva da tutto ciò è soprattutto per le specie animali e vegetali protette, con un grave danno anche al comparto della pesca, perché così le specie di pesce che qui depongono le uova, si vanno spostando. La nostra zona ha una patrimonio da salvaguardare e non deve essere abbandonata dalle istituzioni”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Virginia Farruggia, presidente Commissione consiliare Ambiente e Sanità del Comune di Gela, che ha puntualizzato come, già da diverso tempo, la questione sia tenuta d’occhio. “Il problema è su tutte le matrici, aria, acqua, terra – spiega la Farruggia -, e a livello sensibilizzazione e informazione, stiamo lavorando su tutti i fronti. Per quanto riguarda il problema del mare, siamo sempre in contatto con i pescatori della città. All’interno dell’attuale vicenda rientrano le indagini fatte sui fondali, che confermano come nell’ultimo decennio il porto sia stato utilizzato solo all’uso industriale. Per quel che concerne la rimozione dei rifiuti, c’è un piano di risanamento che risale al 1995, ma ancora non è stato fatto nulla, in quanto ancora, più che una bonifica, è stata fatta solo una messa in sicurezza. Le indagini della Capitaneria di Porto si stanno concentrando molto sui fusti, contenitori all’interno dei quali è stato trovato materiale sodo di cui non si conosce ancora la natura. Noi lavoriamo per una riconversione economica di Gela, che, con la sua propensione al mare, non può essere privata di un settore come la pesca”.



