Addio a Romano Luperini. “Insegnanti, non siate tecnici”: l’appello per una scuola (ancora) umana

Addio a Romano Luperini. “Insegnanti, non siate tecnici”: l’appello per una scuola (ancora) umana

Romano Luperini non è più con noi: il noto scrittore e critico letterario – che aveva da qualche mese compiuto 85 anni – ha da poco esalato il suo ultimo respiro. Ad averlo reso noto è stata la redazione del blog di cui era al timone, “La letteratura e Noi“, che ha espresso il dolore più profondo per la perdita di un “Maestro, compagno di strada, amico”.

Ex docente di letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Siena e professore aggiunto all’Università di Toronto, Luperini aveva una missione: accendere a quanti più studenti possibili la fiamma viva del Cittadino. E la sua lettera agli insegnanti ne costituisce la prova più autentica.

“Cari insegnanti, ho dedicato la mia vita in gran parte alla scuola. E se mi rivolgo a voi, è anche per un impegno con voi condiviso e durato alcuni decenni e in nome di questa lunga lotta comune“, scrive. Considerare lineare il cammino della formazione, della crescita, del miglioramento sarebbe una gravosa bugia. È un percorso tortuoso, che si galoppa, e gli insegnanti non possono ignorarlo.

La scuola è un porto sicuro. O almeno, dovrebbe esserlo. E a renderla unica sono proprio gli studenti: non macchine formate da circuiti ma esseri umani dotati di psyché. Una facoltà tanto dibattuta fin dall’età dell’oro, impossibile da confinare in un hardware. Un computer esegue; uno studente elabora, sente, cade, si fa male per poi rialzarsi più forte di prima. A volte l’amigdala gioca brutti scherzi, ma è anche grazie a lei che interiorizziamo ogni singola esperienza.

Luperini ci metteva in guardia da un rischio sempre dietro l’angolo: trasformare gli insegnanti in meri “tecnici dell’insegnamento“, la cui sola “tecnica” rischia di perdersi nella fallacia di un sistema operativo. E il pericolo ancora più insidioso? Il divide et impera tra chi si erge sul piedistallo del sapere asettico e chi cerca di predicare un “pedagogese” che di pedagogia autentica ha ben poco.



Il docente, come spiegava il noto critico, ha il compito di “formare dei cittadini, non dei consumatori o dei produttori”. Quando si insegna la letteratura, si trasmette democrazia. Senza democrazia non vi è cittadino.

Esistono ancora degli spazi di libertà“. Esistono eccome, basta saperli riempire di senso di fronte a un’evidente sproporzione di un sistema formativo informale che rischia di perdere quell’esperienza educativa che forgia.

Insegnanti: non siate né sterili contenitori di sapere né sedicenti pedagogisti. Prendete esempio da chi ha creduto nei giovani per una vita intera, fino al suo ultimo respiro. Da chi porta le cicatrici di questo mestiere ma non demorde. La professoressa Chiara Mocchi di Bergamo ne è la prova, combattendo minuto dopo minuto per poter ritornare dai suoi amati studenti.

Rivendicate il diritto all’empatia, all’errore, all’incontro e allo scontro. Solo così la scuola resterà quel porto sicuro che Romano Luperini ha difeso fino alla fine.