Gli studenti della “Italo Calvino” di Catania alla scoperta del Teatro dei Pupi di Capomulini

Gli studenti della “Italo Calvino” di Catania alla scoperta del Teatro dei Pupi di Capomulini

CATANIA – C’è un filo invisibile che lega passato e presente, un filo fatto di legno, stoffa, voce e memoria. È lungo questo filo che gli studenti della scuola “Italo Calvino” di Catania, guidata dal Dirigente Scolastico, il Prof. Salvatore Impellizzeri, hanno compiuto una vera immersione che va ben oltre una semplice uscita didattica.

La meta, il suggestivo Teatro Museo dei Pupi di Turi Grasso, incastonato nella bellezza autentica di Capomulini, si è trasformata in una porta spalancata su un mondo antico, pulsante, ancora vivo. Non uno spettacolo da guardare passivamente, ma un patrimonio da sentire, da comprendere, da custodire. Un’arte riconosciuta e tutelata dall’UNESCO come patrimonio “immateriale” dell’umanità perché è il frutto della tradizione culturale.

Gli studenti e i docenti hanno vissuto un’esperienza unica.

Non solo spettatori, ma protagonisti, scoprendo i segreti dei pupari, i retroscena , osservando i meccanismi nascosti, ascoltando storie che affondano le radici nell’epica Cavalleresca con “La Chanson de Roland “ composta probabilmente tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII secolo (circa 1080-1100),passando per il Quattrocento letterario ed il Rinascimento di Ludovico Ariosto, Matteo Maria Boiardo e Tasso.

Ad accogliere gli studenti non è stato soltanto un puparo, ma un narratore di emozioni, custode di storie e tradizioni. Il signor Grasso ha riportato indietro il tempo, raccontando di quando, alla fine dell’Ottocento, gli uomini – e solo loro – dopo giornate dure nei campi o nelle miniere, trovavano ristoro nelle serate dedicate all’Opera dei Pupi. Non era semplice intrattenimento: era identità, era comunità, era sogno condiviso.

L’Opera dei Pupi infatti nasce proprio in Sicilia durante la prima metà del XIX secolo (anni ’20-’30 del 1800), affermandosi stabilmente tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.



Ma il vero incanto è arrivato quando il sipario si è aperto… dietro il sipario. Gli studenti hanno potuto scoprire ciò che normalmente resta nascosto: i segreti dei pupari, la precisione dei manovratori, la magia del parlatore capace di dare voce a mille personaggi, il ritmo serrato dei cambi scena. Hanno osservato da vicino i meccanismi, gli agganci, le articolazioni che rendono i pupi vivi, quasi respiranti.

Alcuni di loro hanno avuto il privilegio di entrare dietro le quinte, di toccare con mano quell’arte fatta di tecnica e passione, di vedere come un cambio di voce possa trasformare un eroe in un antagonista, come un gesto possa raccontare una battaglia, un amore, un destino.

Affascinante anche la scoperta delle differenze tra i pupi di Acireale e quelli di Catania: aste più lunghe o più corte, dettagli che raccontano identità locali, sfumature di una stessa tradizione. E poi i colori, vividi, intensi, frutto di tecniche tramandate nel tempo, capaci di rendere ogni pupo unico, irripetibile.

Questa esperienza non è stata solo una lezione di storia o di arte. È stata una lezione di memoria. Un invito a custodire ciò che rischia di perdersi, a riconoscere il valore delle radici, a diventare, a propria volta, narratori di una tradizione che vive solo se qualcuno continua a raccontarla.

Conoscere queste tradizioni per le nuove generazioni significa non lasciarle scomparire, alimentando il desiderio di trasmetterle ancora e di farle rimanere vive. Significa quindi garantire di rimanere nel futuro.

Perché in quei fili, in quelle armature, in quelle voci, non ci sono solo pupi: c’è un pezzo di Sicilia, un pezzo di umanità.