QUESTO ARTICOLO FA PARTE DEL CONCORSO DIVENTA GIORNALISTA, RISERVATO AGLI STUDENTI DELLE SCUOLE SUPERIORI DELLA PROVINCIA DI CATANIA.
Il terrore borbonico-reazionario in Basilicata sotto la guida di due figure leggendarie:
Carmine Crocco e Ninco Nanco guidano la rivolta contro il nuovo Regno d’Italia; L’esercito in
stato d’assedio per anni.
POTENZA, 10 Dicembre 1863.
Ci addentriamo in una delle pagine più oscure e sanguinose della nostra storia post-unitaria:
il fenomeno del brigantaggio nel Mezzogiorno,un periodo che, tra il 1861 e il 1864, vide il Sud in preda a una vera e propria guerra civile animata dai briganti Carmine Cracco e Ninco Nanco.
Non fu semplice criminalità, ma una rivolta alimentata da un profondo malcontento
sociale. A questa rabbia si unirono gli obiettivi politici di chi sognava la restaurazione del vecchio Regno delle due Sicilie.
Carmine Crocco Donatello, il “Generale dei Briganti”, non era un semplice bandito,ma la mente strategica della rivolta. Dopo aver combattuto per Garibaldi, si sentì doppiamente tradito dal nuovo Stato. La sua capacità organizzativa trasformò i briganti in un esercito capace di saccheggiare centri e assaltare distaccamenti militari.
Al suo fianco c’era l’incarnazione della ferocia: Giuseppe Nicola Summa, meglio noto come Ninco Nanco. Audace, spietato, era il braccio destro che assicurava l’esecuzione delle azioni più violente contro i nemici.
La risposta dello Stato Italiano fu durissima. Il culmine della repressione arrivò nel 1863 con la promulgazione della Legge Pica, che di fatto sospese le garanzie costituzionali nel Sud. I briganti potevano essere giudicati da tribunali militari e spesso fucilati immediatamente.
Ninco Nanco fu ucciso per primo.
Il suo corpo, e in particolare la sua testa mozzata, furono esposti pubblicamente per terrorizzare la popolazione. Crocco tentò di rifugiarsi nello Stato
Pontificio, ma fu arrestato e consegnato. La sua condanna a morte fu tramutata in ergastolo
ai lavori forzati, e morì, recluso nell’isola d’Elba, nel 1905.
Ai tempi di Crocco e Ninco Nanco l’unico modo per rivoltarsi era diventare “fuorilegge” esponendosi alla cattura, al carcere o alla morte violenta. Per i briganti, la discesa in campo era un atto disperato e criminale punito con estrema durezza e senza riconoscimento del
diritto di espressione o riunione.
Oggi, i cittadini possono scendere liberamente in piazza perché lo Stato democratico garantisce il diritto al dissenso pacifico, trasformando la rivolta criminale di un tempo in un atto civile e costituzionale. Questo passaggio rappresenta la più grande differenza tra le due epoche in termini di libertà civili e partecipazione popolare.
Non dobbiamo mai dimenticare il prezzo pagato da chi ci ha preceduto per ottenere questa libertà. Oggi infatti, non siamo costretti a impugnare un fucile per far sentire la nostra voce.
La vicenda di Crocco e Ninco Nanco non è solo un capitolo di cronaca. Rimane il simbolo doloroso di un’unità nazionale raggiunta a carissimo prezzo, sulle spalle e col sangue degli umili e dei poveri, di chi non aveva nulla da perdere.
Martina Scardaci 3^SA— Lombardo Radice — Gravina Di Catania (CT)




