Dalla legge Balduzzi alla riforma Gelli: cambia rapporto fra medico e paziente

Dalla legge Balduzzi alla riforma Gelli: cambia rapporto fra medico e paziente

La quaestio sulla natura giuridica della responsabilità professionale medica, da sempre dibattuta, aveva ricevuto nuova linfa con la legge Balduzzi (d.l. 158/2012) che ha diviso dottrina e giurisprudenza sull’interpretazione da dare al richiamo – in essa contenuto – all’articolo 2043 c.c. circa la riconducibilità all’alveo contrattuale o extracontrattuale della stessa. A ben vedere, la novella legislativa perseguiva la finalità di escludere la responsabilità penale del medico in caso di colpa lieve qualificando, al contempo, la responsabilità civile dell’esercente una professione sanitaria come responsabilità da fatto illecito ex articolo 2043 c.c., con ripartizione dell’onere della prova a carico del paziente danneggiato e operatività della prescrizione quinquennale, al di fuori dei casi in cui il privato fosse legato al medico da un rapporto contrattuale in senso stretto.

Tenuto conto, tuttavia, dell’affidamento da ricondursi al contatto sociale tra medico e paziente sulla base di una professione protetta, la prestazione del sanitario, per quanto non derivante da alcun vincolo negoziale, deve avere contenuto contrattuale, paventandosi l’idea del perseguimento di un doppio binario di responsabilità, differente per la struttura sanitaria e per il medico dipendente.

Cosa è cambiato oggi alla luce della riforma tracciata dal ddl Gelli che ha ricevuto l’approvazione del Senato e il cui testo dovrebbe diventare legge entro la fine di febbraio. La ratio, innanzitutto, della riforma è quella di alleggerire la responsabilità medica sancendo definitivamente la natura extracontrattuale della stessa: viene abrogato il riferimento alla responsabilità del sanitario per colpa lieve contenuta nella precedente legge Balduzzi, stabilendosi che egli risponderà penalmente solo in caso di medical malpractice, ossia qualora non abbia agito nel rispetto delle linee guida o delle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica. Salvo, dunque, che tra medico e paziente sussista una precedente obbligazione contrattuale, il professionista risponderà del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 c.c.: graverà, pertanto, sul paziente l’onere di fornire la dimostrazione giudiziale dell’elemento soggettivo di imputazione della responsabilità, con una riduzione a cinque anni dei tempi di prescrizione per il diritto al risarcimento del danno lamentato e una corrispondente riduzione del quantum del risarcimento nonché dei costi del contenzioso.

La riforma traccia, inoltre, i confini del doppio binario già salutati con favore nel vigore della pregressa disciplina. In particolare, alla natura aquiliana della responsabilità del medico, si contrappone quella contrattuale delle strutture sanitarie pubbliche e private nei confronti del paziente, recuperandosi in tal modo, da un lato, la dimensione personalistica del contatto sociale qualificato che si viene a creare nella misura in cui un soggetto effettua una preferenza per ottenere l’assistenza sanitaria dovuta e, dall’altro, assicurando un’azione diretta al cittadino che rivolgendo la pretesa risarcitoria verso la struttura sanitaria, potrà contare su una prevedibile maggiore solvibilità della stessa.

Da sottolineare, altresì, tra le novità del disegno di legge, l’istituzione del tentativo di conciliazione obbligatoria, quale condizione di procedibilità della successiva domanda giudiziale, da esperire prima dell’avvio di qualunque procedimento, attraverso l’azione tecnico preventiva affidata al perito; la conferma dell’obbligo di assicurazione per tutti (aziende del servizio sanitario nazionale, strutture ed enti privati) con l’estensione della copertura assicurativa per la responsabilità civile anche ai professionisti sanitari che vanno in quiescenza; la previsione di un Fondo di garanzia per i soggetti danneggiati da responsabilità sanitaria presso la Consap teso a risarcire i danni cagionati da responsabilità sanitaria, nei casi in cui gli importi eccedano i massimali previsti dai contratti di assicurazione stipulati dalla struttura sanitaria o dal medico o qualora gli stessi siano assicurati presso una compagnia che al momento del sinistro sia soggetta ad una procedura di insolvenza.

Si tratta, in definitiva, di una riforma rilevante tesa non soltanto a garantire la sicurezza delle cure scongiurando la cosiddetta medicina difensiva relativa a quei comportamenti dei sanitari volti più ad evitare eventuali addebiti che non a prendersi cura del paziente ma, soprattutto, a recuperare il rapporto di fiducia tra medico e utente finale, in modo da deflazionare il contenzioso legale ed evitare interventi spesso inutili e costosi e magari anche rischiosi per la vita del paziente stesso.

Avv. Claudia Cassella del foro di Catania

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