Corsi e ricorsi storici (terza puntata)

Corsi e ricorsi storici (terza puntata)

Sabato scorso si è tenuto, a Genova, il convegno a livello europeo dell’Ultradestra, organizzato da Forza Nuova e fortunatamente senza incidenti di sorta, temuti in precedenza per possibili scontri con le forze antifasciste guidate dall’Anpi che di contro hanno manifestato con un proprio corteo. Il fatto ha lasciato seri dubbi, perché sia alberghi che centri turistici hanno negato alle ultradestre europee di poter ospitare la manifestazione e, addirittura, il sindaco Doria non ha concesso né piazze né spazi pubblici. Una paura, sicuramente, esagerata, ma che lascia seri dubbi per il dissestato clima politico che si sta registrando in questi giorni.

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Elezioni si, elezioni no; dimissioni si, dimissioni no del segretario Matteo Renzi; divisioni si, divisioni no, nel PD; in Italia e in Sicilia, nel centro destra, primarie si, primarie no. Una situazione di incertezza che dilaga in tutti i settori della politica ed oltre, per il trascinamento in negativo di “Piazza Affari”. Ma adesso pensiamo ad immergerci nel pensiero vichiano e verificare le similitudini di epoche diverse.

Oggi, e proprio in quest’ultima puntata andremo a trattare i fatti storici che seguirono il 1920 e quello che potrebbe succedere a breve, lungi dal voler essere la cassandra di turno. Con le elezioni del novembre 1919, in cui si votò con il sistema proporzionale, il maggior numero di suffragi andò al Partito socialista, che con il 32,4 per cento dei voti costituì la prima forza politica in parlamento. La compattezza del socialismo italiano era però minata dalle divisioni e dai contrasti interni al partito, con un intento politico che rifiutava ogni collaborazione con il governo borghese, senza peraltro individuare un obiettivo chiaro da raggiungere per uscire dalla grave crisi economica e contrapponendosi alle forze sindacali come la CGL, oggi CGIL. Il partito socialista si trovò così, in un momento storico cruciale, privo di una efficace direzione politica unitaria. E una prova di tale debolezza si ebbe nell’autunno del 1920, in occasione dell’occupazione delle fabbriche, che rappresentò il momento culminante ma anche conclusivo di quel periodo di lotte contadine e operaie che venne chiamato “biennio rosso”. Di fronte alle rivendicazioni salariali avanzate dalla Fiom (il sindacato dei metalmeccanici aderente alla Cgl) nell’agosto del 1920, gli industriali attuarono una serrata, cioè la chiusura degli stabilimenti. In risposta, gli operai metallurgici di Milano e poi di Torino e Genova occuparono le principali fabbriche. E cosi venne a determinarsi il crollo dello stato liberale e l’avvento del fascismo.

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Il programma iniziale dei fasci era decisamente repubblicano e anticlericale, e presentava richieste di democrazia politica come l’estensione del suffragio alle donne e l’abolizione del senato di nomina regia, l’abbassamento dell’età pensionabile, giornata lavorativa di otto ore, la tassazione straordinaria del capitale e il sequestro dell’85% dei sovraprofitti di guerra. Non a caso la prima azione pubblica, in cui Mussolini lanciò i fasci, fu l’incendio della sede milanese dell’”Avanti!”, condotto con alcuni futuristi e arditi.

Non andiamo oltre e, facendo un breve raffronto con la situazione politica odierna, sembra proprio di essere fermi ad un secolo fa, specie quando vediamo che nel programma del fascismo si parlava di abolizione del senato e l’abbassamento dell’età pensionabile. Oggi, due chimere! La politica attuale è in stato confusionale e non si intravvede alcuna speranza di poter parlare di programmi ed intenti per tirare fuori dal baratro l’Italia intera. E il Vaffaday del 2007 di Grillo, oggi è più che mai comune e non risparmia nessuno, nemmeno chi l’ha inventato. Oggi appare impossibile che a distanza di un secolo possa ritornare un movimento politico autoritario, ma un “ma!” e sempre d’obbligo. Gli inglesi dicono “Keep Calm” e i siciliani?: “Comu veni si cunta!”.

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Nel frattempo buona parte dei sicilani, come dice il collega Ottavio Cappellani “alliccunu a sarda!” . Chiudiamo con una massima molto importante e che serve soprattutto ai politici di oggi per non continuare a commettere errori : “Chi non conosce la propria storia non ha futuro!”.

Giuseppe Firrincieli

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