Felicità: cos’è e da dove viene

Felicità: cos’è e da dove viene

Antica Grecia, VI secolo a.C.: Sparta e Atene sono i centri di maggiore splendore. La prima è concepita come una macchina perfetta per produrre grandi soldati. Tutto quello che gli spartani facevano, come educavano i giovani, come organizzavano la loro economia, chi ammiravano, cosa mangiavano, era finalizzato a quello scopo. Sparta ebbe un enorme successo. Ad Atene gli interessi della popolazione erano diversi. Non era una grande città, contava appena 250.000 abitanti, ma vi erano teatri, templi, gallerie commerciali e palestre. Vanta tutt’oggi di essere la patria del primo e forse più grande filosofo del mondo e primo pensatore utopistico della storia: Platone. Il suo pensiero, ancora attualissimo e studiato in tutto il pianeta, rappresenta le basi dell’antica saggezza. Egli dedicò tutta la sua vita a un unico obiettivo: aiutare le persone a raggiungere uno stato di benessere che lui chiamava felicità. Individuò quattro vie per il raggiungimento di questo stato di benessere: pensare di più, lasciarsi cambiare dall’amore, decodificare il messaggio della bellezza e riformare la società.

Platone era convinto che una società non potesse perfezionarsi né con la produzione di beni materiali né con un esercito potente né con la ricchezza, bensì con la produzione di “persone felici”. Fondò un’antica scuola di saggezza, “l’Accademia”, che andò avanti per oltre 300 anni. Lì gli studenti imparavano non solo la matematica e l’ortografia, ma venivano anche educati alla bontà e alla gentilezza. Il suo obiettivo finale era che gli allievi diventassero prima di tutto filosofi e poi politici, in modo che al governo della polis ci fossero persone preparate culturalmente e ben formate spiritualmente. I re dovevano essere filosofi e i filosofi re! Questo per Platone il percorso per raggiungere sia la felicità individuale sia quella comunitaria.

Anche oggi siamo tutti interessati al raggiungimento della felicità. Cosa ci serve veramente per essere felici? La salute? Una famiglia unita? Buoni amici? Un buon lavoro? Una casa? Una bella macchina? Tanto denaro? Quanti desideri ogni giorno compongono la nostra esistenza… Ma non è solo la filosofia che, dalla notte dei tempi, si occupa del raggiungimento della felicità. Questo stato di benessere è da tempo studiato anche dall’economia; infatti, gli studi sulla felicità sono uno degli elementi di maggiore novità e interesse nell’ambito della ricerca economica, psicologica e sociale contemporanea.

Oggi gli economisti, assieme ad altri scienziati sociali, studiano e misurano la felicità ‘soggettiva’ e individuale, confrontandola con i tipici indicatori economici, quali reddito, ricchezza, disoccupazione e altro ancora. Nell’immaginario collettivo più si hanno soldi, più si può essere felici. Eppure la scienza confuta questo assunto. Il punto di riferimento indiscusso nel panorama dell’economics of happiness è sicuramente Richard A. Easterlin. La scoperta più interessante, infatti, ci viene dal primo dato empirico da cui si è partiti negli studi sulla felicità, presto divenuto noto come il paradosso della felicità in economia, o paradosso di Easterlin (1974), cioè l’inesistente o troppo esigua correlazione tra reddito e felicità, o tra benessere economico e benessere generale.

Il paradosso di Easterlin dice in sintesi che la relazione tra reddito e felicità auto percepita non cresce linearmente nel tempo, all’inizio aumentano insieme, ma dopo una certa soglia e dopo un certo tempo, ogni ricchezza in più non solo non aumenta la felicità, ma l’andamento s’inverte e la felicità si stabilizza o decresce: ha praticamente l’andamento di una U rovesciata.

In sostanza, il reddito non è sufficiente a spiegare il benessere soggettivo. Il paradosso di Easterlin, dopo essere stato messo in discussione, è stato recentemente confermato. Ma quindi Platone aveva ragione?

Giusi Lo Bianco

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