Catania, condannato a 8 anni il “re dei supermercati”

Catania, condannato a 8 anni il “re dei supermercati”

CATANIA – Ridimensionata, ad otto anni di reclusione, la pena imposta a Sebastiano Scuto, il “re dei supermercati”, condannato dalla prima Corte d’appello di Catania a 12 anni nel 2013.

Pena rideterminata per associazione mafiosa e assoluzione per l’espansione imprenditoriale in provincia di Palermo, gestendo i  centri commerciali in comune con i boss Bernardo Provenzano e i fratelli Lo Piccolo. Si escludono quindi rapporti con Cosa Nostra palermitana.

Si conclude con questa formula il nuovo processo di secondo grado a Sebastiano Scuto, l’imprenditore di San Giovanni La Punta accusato dai magistrati etnei di aver costruito il proprio impero anche grazie al “contributo” del clan mafioso dei Laudani.

L’ex re dei supermercati Despar, oggi Aligrup, ha assistito alla lettura della sentenza insieme ai familiari e agli avvocati Guido Ziccone e Giovanni Grasso. Continua a dichiararsi estraneo alla mafia: «Io la mafia l’ho sempre combattuta – spiega – mi aspettavo una sentenza sicuramente più leggera. All’eventuale ricorso penseranno i miei avvocati perché l’ingiustizia si deve necessariamente combattere. I beni sono sicuramente importanti ma lo è ancora di più definire che io mafioso non sono stato come ha ribadito la Cassazione dicendo che la mia non è un’azienda mafiosa».

La sentenza ha, ovviamente, riguardato l’enorme patrimonio di Scuto. La corte ha disposto il dissequestro di tutti i beni e le società, tranne le quote Aligrup. La Corte ha, inoltre, stabilito l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’interdizione dall’amministrazione legale durante l’esecuzione della pena. Quest’ultimo passaggio rende di fatto impossibile a Scuto la gestione delle società ancora a lui intestate.

La vicenda giudiziaria di Sebastiano Scuto dura ormai da molti anni ed ha causato la chiusura dei supermercati del gruppo Aligrup nella provincia etnea, provocando la perdita del posto di lavoro di migliaia di persone. L’imprenditore, secondo l’accusa, avrebbe “finanziato in modo continuativo” la ‘famiglia’ Laudani “in cambio di una duratura protezione” e “riciclato in attività economica legale ingenti proventi delle attività illecite della cosca“.

Secondo i legali dell’imprenditore la sentenza “ha escluso una correlazione diretta tra il delitto contestato a Scuto e l’intero patrimonio personale e familiare. Si è confermato in modo inequivocabile, come riconosciuto già dalla Corte di Cassazione – sottolineano gli avvocati – che le aziende di Scuto non costituiscono un’impresa mafiosa, il che impone la restituzione del suo patrimonio“.

 

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