C’era da aspettarselo! Ormai è un ripetersi di delusione, amarezza, cambio di guida della nazionale, propositi di riscatto e poi… l’attenzione viene rivolta al campionato ed improvvisamente, come d’incanto, tutto si perde nel vento del tempo. Spero che si sia toccato il fondo per poter ricostruire, una buona volta, ciò che col tempo si è distrutto. Ancora una volta mi permetto di dire che il fallimento non è da addebitare all’allenatore e al suo staff.
Di questo argomento, ne abbiamo già parlato in due articoli di NewSicilia, nel 2024 (per leggerli Clicca Qui e Clicca Qui). Dal punto di vista dell’impostazione della squadra e della tattica e della strategia di gioco, possiamo vantare che parecchi dei nostri allenatori sono fra i migliori del mondo; eppure sono loro che pagano, per tutti, le colpe di altri. Per fare una similitudine che potrebbe sembrare inopportuna, che cosa potrebbe fare il miglior pilota del mondo se lo si mette a guidare una macchina inadeguata?
Non la causa, ma le cause
Non è la mancanza del risultato che si deve ritenere il male, poiché esso è solo l’effetto e non la causa (o meglio, le cause) che spesso è ben distante dall’effetto. Il caso calcio della nostra nazionale è comune anche ad altri sport di squadra e non. È un malessere dello sport italiano, diffuso e… pericoloso. È un malessere strutturale che coinvolge parecchi settori dello sport e che fa capo ad un comune denominatore: i troppi soldi che sono riversati a fiumi e che, alla fine, fanno apparire il problema della nazionale, quasi di poco interesse o che interessa solo i pochi addetti ai lavori.
Se volessi fare un esempio per tutti, potrei citare il tennis, dove poco tempo fa i numeri uno e due della nostra nazione, si sono rifiutati di partecipare alla Coppa Davis, che rappresenta il campionato mondiale del tennis. Cosa poteva offrire la nazionale italiana a chi con un torneo vinto, si mette in tasca ben 4 milione di euro? A chi per la sola partecipazione ad un torneo gli viene data la somma di 2 milioni di euro oltre a quelli che potrà vincere alla fine? Che gli frega partecipare con la maglia azzurra? Proprio niente! E intanto noi battiamo le mani ed osanniamo questi atleti di tale fattura che della nazionale non gliene frega niente.
Ben fatto e con un grande plauso, la squadra femminile e gli outsider di quella maschile che, mettendoci anima e corpo, si sono affermati, in barba ai due “super campioni”. Ecco allora uno degli aspetti, il maggiore, che affliggono oggi lo sport. Ma alla fine ci rendiamo conto che il denaro si è impadronito dello sport.
Pochi giorni fa ad un tecnico di atletica, mio amico, dicevo: “Una volta noi, prima dell’inizio della stagione, facevamo la programmazione (atleta per atleta) fissando gli obbiettivi principali, le tappe per raggiungere questi obiettivi e le gare da fare prima di arrivare al top. Ma, come ti sentiresti se un qualsiasi Ente finanziatore stabilisse per te i programmi, le gare, il vestiario, e tutto ciò che concerne la metodologia di allenamento?”.
Oggi il tecnico della nazionale non fa proprio niente, perché ogni atleta ha una propria équipe che a sua volta è condizionata dalle grandi cifre che si riversano come un fiume in piena. Ristrutturare il calcio non è facile poiché chi vuol provarci si troverà davanti ad ostacoli insormontabili.
Il primo male: l’attività giovanile
Ma un altro aspetto è l’attività giovanile che sta alla base di ogni genere di sport. Le scuole calcio? Non voglio fare una critica sterile, ma toccare un altro punto importante e dare un parere di come stanno le cose. La caduta del CONI come punto focale dello sport italiano, ha fatto sì che si sia perso il centro della cultura sportiva, di cui anche il calcio godeva.
Il CONI organizzava le varie tappe della formazione metodologica, con docenti di altissimo livello, per la parte generale, che oggi si sono sciolti come neve al sole. Oggi ogni Federazione si muove per conto proprio, anche commettendo errori banali. Ogni sport parla un linguaggio proprio (la Torre di Babele).
Le scuole calcio, in genere, esistono per far soldi e non hanno uno scopo puramente formativo, pertanto già a livello base, si parte col piede sbagliato. Io non ho né le conoscenze tecniche, né il titolo per entrare in argomenti che non mi competono, ma i miei riferimenti sono puramente metodologici. Senza entrare nei dettagli, basta solo riferirsi alle esercitazioni che vengono propinate ai bambini. Sono esattamente la fotocopia di quelle eseguite dagli atleti di alto livello; si differiscono solo nella quantità.
Non vi è assolutamente in benché minimo progetto di formazione di base: solo ed esclusivamente esercitazioni tendenti al gioco del calcio. Dov’è la polivalenza, la multilateralità, o addirittura la multidisciplinarità e l’attività motoria di base? E poi, anche la corsa stessa viene eseguita con la palla; un errore fondamentale per il futuro atleta calciatore. Si preclude di fatto lo sviluppo futura di un eventuale talento che avanza, magari velocemente, all’inizio, ma una volta raggiunto un discreto livello, si troverà a non poter effettuare il salto di qualità. Ora, volendo dare per buono il passaggio di livello, questo talento giovanile si troverà la strada sbarrata per l’accesso all’affermazione, poiché egli sarà eternamente relegato in panchina poiché chiuso da giovani provenienti dai paesi dell’Est o dall’Africa.
È pur vero che all’apprendimento partecipa in modo attivo l’osservazione, ma se il giovane pur apprendendo, non avrà la possibilità di mettere in pratica ciò che mentalmente ha metabolizzato, rimarrà solo un talento inespresso, bloccando poco a poco la sua crescita.
Facendo bene i conti, per una società, risulta meno dispendioso “comprare” giovani e giovanissimi stranieri, già fatti, che costruire i ragazzini nei vari aspetti della formazione. E così si arriva alle alte sfere, dove nelle squadre di club i talenti si trovano mortificati dalla lunga panchina. In certe squadre di alto livello della pallacanestro, l’allenatore usa addirittura la lingua inglese per parlare con gli atleti.
La situazione non cambia
Detto questo, ci ritroviamo ancora nella stessa situazione di sempre. Trovare una o altre soluzioni per riportare ad alto livello la nazionale, significa dover rivoluzionare la struttura su cui si basa l’ambiente del calcio. Vi ricordate quando, molti anni fa, era stato stabilito di non utilizzare nei club più di due atleti stranieri?
Era una formula che alla fine fu superata con marchingegni diversi: trovare nella storia di un talento straniero una discendenza italiana o facendo sposare il talento con un italiano/a per potergli dare la cittadinanza; alchimie dirigenziali che alla fine hanno portato a squadre che sono costituite quasi su atleti stranieri, mortificando, quindi, gli atleti italiani che, di fatto, non riescono ad emergere. Alla fine il tecnico della nazionale, si trova a gestire talenti che non hanno l’esperienza necessaria.
Per tornare all’automobilismo, guidare una macchina di prestigio ma che non è stata mai messa a punto. Un altro aspetto negativo che si riscontra è il lavoro di quelle persone che girano per i Paesi per visionare o cercare nuovi talenti da mettere nel “carniere”. Niente di più errato, poiché a livello di bambini e preadolescenti, è molto facile scambiare un ragazzino precoce per un talento, mentre scarta il vero talento, perché, al momento, non ha raggiunto un adeguato livello di crescita e maturazione.
Così facendo si bruciano anzitempo risorse umane. Il settore giovanile dovrebbe avere tecnici molto preparati sulle esigenze fisiche e psichiche e preparatori che non siano solo dei “ripetitori” del lavoro degli atleti di alto livello. Il lavoro in queste fasce di età, richiede personale altamente specializzato, per un lavoro molto diverso da ciò che oggi si tende a fare nella maggioranza delle scuole calcio: specialisti del settore. E… ben venga la multidisciplinarità, come nelle antiche attività parrocchiali.
Ben venga il cambiamento ma che sia strutturale. Non serve una rivoluzione totale (che dubito si possa fare), ma cominciare col settore giovanile, dalle scuole calcio, che non siano solo una fucina di guadagno, ma una preparazione multiforme che pur lavorando per il calcio, dia ai bambini la formazione di base molto ampia, nella quale è previsto anche l’uso della palla e non sempre la palla.
Dare ai bambini l’uso di attività anche diverse che siano oggetto di formazione multilaterale. Per fare un riferimento che possa dare un esempio, bisognerebbe rifarsi alle vecchie attività delle parrocchie, dove bambini e ragazzi, pur seguiti amorevolmente da tecnici volenterosi, potevano eseguire una preparazione polivalente e giocare a calcio esprimendo la propria personalità ed il proprio estro e non sentirsi limitati nelle loro attività.
Ecco! Riferendosi a questo concetto, sarebbe bene che nelle scuole calcio gli istruttori dessero uno spazio adeguato perché gli allievi potessero esprimere le loro tendenze. A livello organizzativo bisognerebbe trovare delle nuove regole che possano mettere concordia fra l’interesse dei guadagni e, cosa più importante, mettere i giovani in condizione di potere esprimere le proprie potenzialità.
A cura di Alfio Cazzetta




