Smart working, un sospiro di sollievo per il presente e una grande opportunità per l’Italia del futuro

Smart working, un sospiro di sollievo per il presente e una grande opportunità per l’Italia del futuro

L’emergenza sanitaria da Coronavirus ci ha colto tutti alla sprovvista. Da un momento all’altro lo “stare a casa” è diventato un credo cui la maggior parte di esseri umani, dotati di buon senso civico e media diligenza, hanno dovuto adeguarsi.


Ciascuno si è dovuto reinventare in ogni ambito, da quello più banale a quello più importante, come il lavoro. Ebbene sì, perché se ogni singolo individuo ha avuto il dovere e l’obbligo di fermarsi, l’Italia non poteva certo permetterselo.


Questa la ragione per cui, da qualche mese a questa parte, abbiamo iniziato a sentir parlare dello smart working: la modalità attraverso cui ciascuno è riuscito, per quanto possibile, a svolgere le proprie mansioni in diretta dal divano della propria abitazione.

Esso si è abbattuto sulle imprese italiane come un’onda anomala, andando a scardinare grossi castelli, metodi e modelli che hanno caratterizzato le imprese degli ultimi decenni. Tali aziende hanno, dunque, subìto un processo di accelerazione senza precedenti, facendo in modo che dei paradigmi improntati alla modernità e all’innovazione venissero accolti con una rapidità inimmaginabile.

Il momento storico con cui facciamo i conti ci mette di fronte a una continua richiesta di riduzione degli spostamenti e di contenimento della diffusione del virus. Ecco, che lo smart working, sembra essere la perfetta soluzione a tutto ciò.

Ma per comprendere fino in fondo di cosa si tratta dobbiamo analizzarne i tratti peculiari: in breve, smart working significa efficienza del sistema produttivo, riduzione dei tempi di spostamento e armonizzazione di vita privata e professionale.

Ecco però che, sulla base di quelle che sono le richieste governative, idonee a far fronte all’emergenza sanitaria in atto, sarebbe, forse, più corretto parlare di telelavoro, piuttosto che di smart working, la cui traduzione anglosassone starebbe a indicare un lavoro  di tipo agile.

Le caratteristiche tipiche enunciate poc’anzi sono quelle, però, a cui il sistema italiano dovrà ambire, per trasformare questo periodo di forte crisi e destabilizzazione in un’opportunità di crescita per il futuro dell’Italia intera.

Passata la crisi, dunque, non sarà da escludere una riorganizzazione delle imprese, in termini di nuove modulazioni di orari, posti di lavoro e ottimizzazione delle tempistiche. Abbiamo avuto la possibilità di appurare come una videochiamata di gruppo potrebbe farci guadagnare in termini di tempo e spostamenti.

I dati parlano chiaro: pare che il 56% degli italiani voglia continuare anche dopo la fine della pandemia.

Saranno molte le imprese che, di conseguenza, opteranno per una riorganizzazione del lavoro basata sulla digitalizzazione dei settori, volta proprio al miglioramento del mondo del lavoro, al fine di creare nuove opportunità, di dare una formazione maggiore e di migliorare la qualità della vita di tutti i dipendenti italiani.

Un grande passo in avanti per l’umanità, che aprirebbe la strada a un nuovo modo di concepire il lavoro e al contempo la vita: migliori condizioni di lavoro significano migliori condizioni di vita e gestione della stessa.

Non sono da trascurare, inoltre, gli altrettanti effetti positivi che lo Smart working avrebbe sull’inquinamento e sul traffico e di conseguenza sulla salute e sulla sostenibilità. Pare infatti che la grossa nube di fumi e gas che oscurava l’Italia, abbia lasciato spazio ad un panorama sempre più limpido.

Infine, non si può trascurare il fatto che il “lavoro agile” potrebbe risultare di difficile applicazione anche in termini di divario tra Nord e Sud, per l’arretratezza di quest’ultimo e per la radicalizzazione ancor più accentuata di metodi e abitudini soprattutto in base alle effettive possibilità di crescita che il Sud presenta, ma ciò nonostante andranno cercati rimedi utili, quali ad esempio connessioni e risorse informatiche per le intere famiglie, da parte dei diversi governi regionali al fine di far tendere sempre più a zero il gap.

Immagine di repertorio