QUESTO ARTICOLO FA PARTE DEL CONCORSO DIVENTA GIORNALISTA, RISERVATO AGLI STUDENTI DELLE SCUOLE SUPERIORI DELLA PROVINCIA DI CATANIA.
In ogni epoca, la necessità di scendere in battaglia è di fondamentale importanza per garantire l’esistenza e l’evoluzione del mondo. Tale concetto, per quanto possa sembrare surreale, affonda le sue radici nel pensiero di Eraclito di Efeso, uno tra i primi grandi filosofi della Grecia antica e pensatori prima del celeberrimo Socrate.
Nel pensiero eracliteo, il polemos rappresenta il principio generativo del reale: il conflitto tra opposti non è
un’anomalia da eliminare, ma la condizione necessaria affinché ogni cosa esista e si
trasformi.
Oggi, nel 2026, questa visione appare sorprendentemente attuale, rivelando una sorprendente capacità di interpretare le dinamiche del presente.
L’essere umano ne ha create e vissute di tutti i colori, dalle guerre combattute in presenza dei re prima della nascita di Cristo fino al coinvolgimento di armi nucleari che distruggono intere città in un passato minacciante tutti noi, abitanti del pianeta Terra, ora più che mai.
Se lo scontro rappresenta davvero il motore della storia, allora il rapporto tra Stati Uniti d’America e Federazione Russa è una delle espressioni più evidenti. Eppure, proprio in questo equilibrio fondato sulla contrapposizione, emerge un interrogativo capace di ribaltarne le premesse: cosa accadrebbe se le due superpotenze per eccellenza scegliessero la via della cooperazione?
Oggi questi due Paesi non solo possiedono i più grandi arsenali nucleari al mondo, ma sono
anche protagonisti della corsa agli armamenti globale. Nel 2024, secondo il Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.718 miliardi di dollari, con Washington e Mosca ai primi posti, rispettivamente circa 900 e 100 miliardi di dollari.
(SIPRI, 2025) Trattati come il New START, entrato in vigore nel 2011, hanno mostrato che limitare le testate nucleari e prevedere meccanismi di verifica reciproca può ridurre le tensioni. La sua scadenza nel 2026 lascia oggi uno spazio di incertezza, rendendo il tema della
cooperazione ancora più urgente.
Immaginare un’alleanza stabile tra le due superpotenze significa considerare effetti concreti. Sul piano militare, la riduzione della spesa e la cooperazione sugli armamenti libererebbero risorse da destinare a istruzione, sanità e ricerca. Geopoliticamente, diminuirebbe la logica della “guerra per procura” in aree come Medio Oriente, Asia e Ucraina, rafforzando la capacità delle istituzioni internazionali di mediare crisi.
Economicamente, la Russia e gli Stati Uniti potrebbero stabilizzare i mercati energetici e promuovere partnership in tecnologie sostenibili, dall’idrogeno alle energie rinnovabili. Sul piano sociale e culturale, cooperazione scientifica e accademica stimolerebbe scambi, ricerca condivisa e una percezione globale della pace più positiva, riducendo l’influenza di politiche nazionalistiche estreme.
In definitiva, la scelta di collaborare anziché competere non sarebbe solo simbolica, in quanto sarebbe un cambiamento strutturale, capace di incidere su economia, sicurezza, società e ambiente, trasformando una contrapposizione secolare in un’opportunità storica di
progresso condiviso.
In un mondo dove gli Stati più temuti scelgono la cooperazione, il conflitto non appare più come principio inevitabile, ma come scelta o possibilità, non una necessità. Forse la storia non è immutabile: potrebbero esistere strade inaspettate, capaci di consegnare alle future generazioni un mondo guidato dalla ragione, non dalla forza.
Alessia Catalano 3^AL — LICEO SCIENTIFICO STATALE ETTORE MAJORANA — San Giovanni La Punta (CT)



