La banalità del male: riflessioni sul caso di Lecce

La banalità del male: riflessioni sul caso di Lecce

La banalità del male: riflessioni sul caso di Lecce

La scorsa settimana l’Italia è rimasta sconvolta da uno dei casi di cronaca più efferati degli ultimi anni: Antonio De Marco, 21 anni, giovane studente di Infermieristica a Lecce, è stato arrestato con la terribile accusa di aver ucciso a coltellate, con crudeltà e per futili motivi, i fidanzati Daniele De Santis ed Eleonora Manta.


Dopo alcune ore il giovane ha confessato il duplice omicidio e sono pian piano emersi dettagli agghiaccianti sulla premeditazione del delitto e sulla brutalità con cui è stato portato a termine. Ma forse ciò che ha più sconvolto l’opinione pubblica in questa terribile storia è stato il movente che ha spinto Antonio De Marco a uccidere le sue vittime.


Li ho uccisi perché erano troppo felici e per questo mi è montata la rabbia”, queste sono le parole con cui il giovane studente ha cercato di spiegare i motivi del suo folle gesto.

Ci chiediamo allora: è possibile uccidere per invidia? Constatare la felicità dell’altro può realmente spingere a realizzare un piano criminale premeditato in ogni dettaglio con perfezionismo sadico?

L’invidia è forse uno dei sentimenti più arcaici che si basa sulle pulsioni più primitive dell’uomo. L’etimologia del termine (dal latino “in-videre”, vedere dentro) ci rimanda a quello che è il senso privilegiato dell’invidioso, ossia la vista. L’invidioso, infatti, vede nell’altro la felicità e il successo che egli desidera e che non possiede. Lo sguardo dell’invidia alimenta l’odio verso l’altro, proprio come nel caso di Lecce. Osservare la felicità di quei due fidanzati ha probabilmente alimentato nell’assassino l’odio e il risentimento, nati dal riconoscimento rabbioso di non poter realizzare la stessa felicità nella propria esistenza. L’invidia, inoltre, non va erroneamente confusa con la gelosia: l’invidia presuppone un rapporto a due (colui che invidia e colui che è invidiato) mentre la gelosia si basa su un rapporto triadico (colui che è geloso, la persona o la cosa di cui si è gelosi, una terza persona che minaccia di impossessarsi della persona o cosa di cui si è gelosi). In tal senso, l’invidia nasce dalla constatazione della mancanza di una qualità o un bene che si invidia all’altro, mentre la gelosia scaturisce dal terrore di perdere un qualcosa che si possiede già.

Nel caso di Lecce, la furia omicida non è dunque scaturita dalla gelosia per la ragazza o il ragazzo, ma piuttosto dall’invidia per la felicità dei due giovani da cui l’assassino si è sentito escluso dopo lo sfratto dall’appartamento che condivideva con le vittime. Questo evento, in particolare, può aver rappresentato la classica “goccia che fa traboccare il vaso”, amplificando tragicamente il profondo disagio psichico di questo giovane che viene descritto da tutti come introverso, solo e socialmente isolato.

Dunque l’invidia che, occorre ribadire, è un sentimento di base dell’essere umano, in questo caso si è installata in una struttura di personalità a sfondo paranoico e quindi profondamente disturbata. Uccidere i due giovani fidanzati era probabilmente il modo per l’omicida di ristabilire una sorta di “giustizia” e di bilanciare l’eccessiva felicità delle due vittime con la propria ingiusta sfortuna e infelicità. La connotazione sadica e ossessiva del piano che Antonio De Marco aveva elaborato per torturare e uccidere le sue vittime conferma ulteriormente il quadro psicopatologico dell’assassino.

Un celebre saggio di Hannah Arendt parla della “banalità del male” riferendosi ai gerarchi nazisti che perpetuarono l’orrendo sterminio degli ebrei durante il regime hitleriano. In quell’occasione, la Arendt arrivò alla conclusione che i crimini dell’Olocausto fossero dovuti non a un’indole maligna dei responsabili quanto piuttosto a una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni.

Nel caso di Antonio De Marco, possiamo parlare di “banalità del male”? De Marco era realmente consapevole della terribile azione di cui si sarebbe macchiato mentre progettava il suo piano omicida e si è reso conto della gravità dell’azione commessa una volta compiuto il duplice delitto?

Le perizie psichiatriche stabiliranno la capacità di intendere e di volere del giovane assassino, ma la presenza di una psicopatologia non esclude la responsabilità soggettiva di un atto come quello commesso dallo studente di Lecce.

Storie come questa ci ricordano che dentro ogni essere umano si nasconde una “parte oscura” fatta di sentimenti e pulsioni inconfessabili. Quando questi vissuti emergono nel quadro di una struttura di personalità gravemente disturbata come quella dell’omicida di Lecce le conseguenze possono essere imprevedibili e, in alcuni casi, terribili.