Italia: cosa è cambiato per le donne negli ultimi cinquanta anni e cosa, ancora, si può fare

Italia: cosa è cambiato per le donne negli ultimi cinquanta anni e cosa, ancora, si può fare

Fino alla prima metà del Novecento le donne italiane non potevano votare, non potevano abortire e non potevano divorziare. Inoltre, il cosiddetto “delitto d’onore”, ossia quello commesso dal marito ai danni di una moglie adultera, era sanzionato con pene minori rispetto a quelle previste per l’omicidio con diverso movente. Negli ultimi cinquanta anni, le continue lotte civili e femministe hanno evidentemente destato la sensibilità del legislatore, che ha accolto le istanze sociali emergenti ed ha riconosciuto importanti diritti al mondo femminile.

Già a partire dai primi anni ’60 il Parlamento ha tentato di sovvertire la posizione di sfavore in cui si trovava la donna in ambito lavorativo, promulgando le prime leggi di un percorso votato a garantire pari opportunità di carriera rispetto agli uomini.

Con la legge n. 7/1963, anzitutto, è stato esteso a tutti i tipi di lavoratrici dipendenti il congedo di matrimonio e di maternità. È stato riconosciuto, inoltre, il diritto della lavoratrice dipendente di fare ricorso al Tribunale in caso di licenziamento per matrimonio o per maternità e di ottenere il reintegro obbligatorio.

Successivamente, con la legge n. 66/1963 è stato consentito alle donne di entrare in Magistratura ed è stata avviata una serie di riforme conseguenti. Nel 1981, infatti, le donne sono state ammesse nel Corpo di Polizia e a partire dal 1999 sono state ammesse nelle Forze Armate.

Ma è in materia familiare che la donna ha raggiunto i più importanti traguardi. Attraverso la legge n. 898/1970 il divorzio è stato finalmente concesso e regolamentato. L’iter giuridico da seguire era di cinque anni, ridotto a tre anni con la legge n. 74/1987 e ridotto ulteriormente con la recente legge n. 55/2015 (cosiddetta legge sul divorzio breve).

La più autorevole riforma è intervenuta cinque anni dopo, con la legge n. 151/1975, che ha sovvertito l’assetto patriarcale che il codice civile conferiva alla famiglia. Il marito non è più considerato il capo famiglia. I coniugi diventano uguali di fronte alla legge, il patrimonio di famiglia è condiviso secondo la comunione dei beni, scompare l’istituto della dote matrimoniale ed il tradimento del marito può essere causa legittima di separazione.

Tre anni dopo, dietro l’impulso delle legislazioni europee più all’avanguardia e dei Parlamenti maggiormente recettivi delle istanze sociali, anche in Italia viene introdotto l’aborto: la legge n. 194/1978 ha stabilito che l’interruzione volontaria della gravidanza è possibile per motivi personali, motivi di salute della donna o del nascituro e circostanze del concepimento (come lo stupro). Con l’introduzione di questa nuova normativa il legislatore italiano non ha voluto semplicemente seguire l’esempio dei colleghi occidentali, ma ha riconosciuto soprattutto l’esigenza di tutelare la salute della donna, che fino a quel momento poteva interrompere la gravidanza solo clandestinamente col rischio di contrarre infezioni ed ammalarsi gravemente o, addirittura, morire.

Negli ultimi 10 anni, la repentina evoluzione socio-culturale e la conseguente presa di coscienza del mondo femminile di poter ottenere maggiori riconoscimenti, hanno spinto le istituzioni ad intervenire ancora in materia di lavoro. In attuazione di alcune direttive UE, la legge n. 183/2010 ha introdotto numerosi incentivi per promuovere l’imprenditoria femminile, nonché sanzioni contro il mobbing, le molestie sessuali e la disparità di trattamento sul lavoro.

Inoltre, la legge n. 120/2011 ha finalmente garantito la presenza di donne ai vertici decisionali delle aziende, così consentendo pari opportunità di carriera rispetto agli uomini.

Da ultimo, ma non per questo meno importante, il Parlamento ha preso una posizione più ferrea in materia di violenza sulle donne, intervenendo anche sul piano penalistico.

In Italia si assiste ad una preoccupante escalation di violenze ed omicidi commessi contro le donne, soprattutto da mariti o ex mariti, compagni, padri o fratelli. Negli ultimi quattro anni più del 25% degli omicidi commessi sono femminicidi, con 86 donne uccise solo nel periodo dall’1 gennaio al 30 settembre 2017. Se il numero complessivo di omicidi è in forte diminuzione (dal 2011 al 2016 si è ridotto di circa il 39%), non vale lo stesso per i femminicidi, che sono diminuiti solo del 14%.

Un primo passo importante per contrastare questo fenomeno è stato compiuto con la legge n. 38/2009, con la quale sono state introdotte misure di contrasto alla violenza sessuale e in tema di atti persecutori (stalking). Ancora, con la legge n. 119/2013 è stato previsto l’arresto obbligatorio in caso di maltrattamento e stalking e la denuncia, in questi casi, è divenuta irrevocabile, per evitare ritrattamenti dovuti a timori da parte della donna. Sono state, inoltre, stanziate risorse per finanziare case-rifugio per le donne vittime di violenze.

I diritti fino ad oggi riconosciuti al mondo femminile in Italia erano e restano imprescindibili. Ma sono ancora molti i passi che la politica può e deve compiere per garantire un mondo egualitario a tutte e, in primis, alle giovani donne.