Se la libertà di stampa è ancora un diritto da conquistare...

Se la libertà di stampa è ancora un diritto da conquistare…

Se la libertà di stampa è ancora un diritto da conquistare…

“I just want to be a free writer. I think I am serving my country and my people by providing an independent narrative” (Voglio soltanto essere uno scrittore libero. Penso di servire il mio Paese e la mia gente fornendo una narrazione indipendente). Sono le parole utilizzate dal giornalista Jamal Khashoggi per descrivere la propria professione.


Il lavoro del giornalista non è mai semplice: dire la verità a ogni costo, proporre una visione del mondo potenzialmente influente e offrire un vero e proprio servizio, ben più importante della “semplice” informazione, a una platea di potenziali lettori. È un mestiere affascinante, che attrae migliaia di persone nel mondo, ma che comporta una serie di pericoli e difficoltà.


Per quanto concetti come “libertà di espressione” e “democrazia” siano ormai parte integrante del “mito” giornalistico diffuso a livello globale, soprattutto in quella parte del mondo che in prospettiva eurocentrica viene definita “occidentale”, la possibilità di esercitare senza rischi la propria professione non è appannaggio di tutti gli esperti del settore.

Se è ancora necessario, nel XXI secolo, parlare di “libertà di stampa” e protezione dei giornalisti vuol dire che questi diritti non sono ancora una garanzia. Lo confermano i rapporti annuali del CPJ (Committee to Protect Journalists – Comitato per la protezione dei giornalisti), che mettono sotto i riflettori decine di situazioni operative estremamente complesse e spesso sconosciute ai più.

E non si tratta di questioni che riguardano esclusivamente quei Paesi notoriamente noti per i loro regimi dittatoriali, casi di censura e fenomeni affini: ci sono episodi che coinvolgono cittadini operativi su più territori o perfino più entità statali. Non mancano neanche i giornalisti la cui censura, prigionia o, nei casi peggiori, uccisione rischia di essere all’origine di veri e propri casi internazionali.

Storie incredibili provenienti dalle parti più remote del mondo, racconti di diritti negati, vite spezzate, esili forzati, parole “estorte”… Tutti dati che ci portano a pensare: esiste davvero la libertà di stampa? Quella realtà a cui spesso ci appelliamo con tanto orgoglio è davvero concreta? Le situazioni che si presentano quotidianamente di fronte agli occhi di tutti sembrano smentire, almeno parzialmente, qualsiasi risposta affermativa. Così come il numero di giornalisti in carcere per questioni legate alla loro professione: 250 (dati CPJ 2019).

Per difendere questa libertà ottenuta e in parte ancora da conquistare, le organizzazioni internazionali promuovono costantemente azioni concrete e iniziative finalizzate alla difesa dei giornalisti nel mondo e alla sensibilizzazione del pubblico e dei professionisti. Dal 1993, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite celebra il 3 maggio di ogni anno la Giornata mondiale della libertà di stampa per stimolare dibattiti e generare una maggiore consapevolezza, ma anche per ricordare coloro che hanno perso la vita nell’esercizio della professione giornalistica.

Fare in modo che la triste fine di persone come Peppino Impastato, Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, Daphne Caruana Galizia, Jamal Khashoggi e diverse altre non sia vana e stimoli sempre più alla ricerca della verità e del rispetto del diritto a un lavoro sicuro e tutelato è un dovere internazionale che deve essere portato avanti ogni giorno, senza se e senza ma, per permettere a chi ha il coraggio di onorare un mestiere spesso al centro delle più disparate polemiche e critiche.

Fonte immagine: Pixabay – Gerd Altmann