Martiri e libertà religiosa, un diritto che non è ancora scontato

Martiri e libertà religiosa, un diritto che non è ancora scontato

Martiri e libertà religiosa, un diritto che non è ancora scontato

Ogni 26 dicembre il mondo cristiano ricorda Santo Stefano Protomartire, una delle prime persone ad aver rinunciato alla propria vita in nome della propria fede.


Pur trattandosi di una ricorrenza religiosa, il 26 dicembre può essere più laicamente concepito come un momento di riflessione sulla libertà religiosa e sull’evoluzione di questo concetto a livello storico e globale.


Nelle società occidentali, a volte, il diritto di professare la religione che si preferisce (o di non professarne alcuna) viene considerato scontato. Purtroppo, però, non è così in molte parti del mondo, dove la scelta personale di credere in un Dio (o in più divinità) piuttosto che in un altro o di non conformarsi alle idee di una determinata religione può portare a crudeli persecuzioni o perfino alla morte.

“Siamo vicini a questi fratelli e sorelle che, come santo Stefano, vengono accusati ingiustamente e fatti oggetto di violenze di vario tipo. Sono sicuro che, purtroppo, sono più numerosi oggi che nei primi tempi della Chiesa. Ce ne sono tanti! Questo accade specialmente là dove la libertà religiosa non è ancora garantita o non è pienamente realizzata. Accade però anche in Paesi e ambienti che sulla carta tutelano la libertà e i diritti umani, ma dove di fatto i credenti, e specialmente i cristiani, incontrano limitazioni e discriminazioni”: con queste parole nel 2013 papa Francesco ha fatto riferimento alle persecuzioni cristiane (e non solo) nel mondo.

Oggi, secondo alcune fonti vicine al Vaticano, sarebbero circa 20 i Paesi nel mondo (per la maggior parte in Africa e in Asia) in cui i cristiani sono oggetto di persecuzioni di varia natura, dalle minacce ai rapimenti, fino alle conversioni forzate e alle limitazioni della libertà personale.

E purtroppo le persecuzioni non si limitano ai cristiani. Vi sono Paesi dilaniati dai conflitti religiosi, dalla Nigeria, dove il conflitto riguarda cristiani e musulmani (anche se il contrasto si basa anche su tematiche economico-sociali diverse dalla religione), al Myanmar (Birmania), gli attacchi contro il popolo Rohingya, prevalentemente musulmano, hanno raggiunto proporzioni tali da far perfino parlare di genocidio.

In un giorno come il 26 dicembre, dedicato a un martire cristiano, è importante riflettere, con apertura mentale e consapevolezza, sull’importanza di utilizzare l’esperienza cristiana del passato per combattere le persecuzioni drammatiche di numerose etnie e comunità religiose nel mondo.

Fonte immagine: Pixabay – Free Photos