“Il tempo invecchia in fretta” di Antonio Tabucchi

“Il tempo invecchia in fretta” di Antonio Tabucchi

Nel 2009 lo scrittore Antonio Tabucchi, pisano di nascita ma portoghese d’adozione per aver dedicato anni della sua vita alla traduzione e alla critica letteraria delle opere di Fernando Pessoa, dirige la sua penna sul valore del tempo.

Il tempo invecchia in fretta“, le lettere regine della copertina sembrano voler offrire accoglienza ad un trattato di filosofia, o forse un saggio breve sulla società.


romanzo antonio tabucchi

Fonte foto Pinterest

Nove racconti imperlati da personaggi vivaci, assorti a recitare da attori protagonisti in un film dalla sceneggiatura surreale, attori testimoni della corsa travolgente del tempo, sguardo in avanti, nessuna distrazione che lo rallenti.

Lo stile narrativo di Tabucchi è riconoscibile, il lettore s’immette in un corridoio interrotto da porte blindate dalle quali si esce esausti, l’apertura di ciascuna di esse ha richiesto una forza mentale importante.
Lo scrittore affonda la penna da cui emergono ritratti di storie forti che hanno cementato le radici nel tempo appassito, invano lo sforzo, non vogliono proprio saperne di staccarsi.

Avvicinare Antonio Tabucchi allo scrittore Erri de Luca è naturale, Erri ha una scrittura spedita, diretta, l’ultimo rigo di ogni sua pagina chiude, non ci sono finestre, né spifferi di storie da proteggere. Erri resta dentro il suo pentagramma vocale che dà asilo ad un timbro di voce trasparente, Tabucchi è un gabbiano esploratore. “Oltre” è la sua legge. Concede al lettore metà del suo libro affinché lo interpreti secondo la sua vocazione.

Nove racconti attorno all’Europa, Svizzera, Romania, Germania, Kosovo, sono teatro di storie intime e personali, la memoria è un frutto di tutte le stagioni, il ricordo è un figlio unico che accompagna la vita dalla culla alla morte.

“La vita è fatta d’aria, un soffio e via, e del resto anche noi non siamo nient’altro che un soffio, respiro, poi un giorno la macchina si ferma e il respiro finisce”

C’è la storia di un ufficiale italiano consapevole di essere in pericolo di vita per aver subito le radiazioni di uranio impoverito durante la guerra in Kosovo, ciò nonostante diventa il maestro di una giovane fanciulla insegnandole a leggere il futuro nelle nuvole.

Un uomo vittima della solitudine crea per sé visioni notturne, allucinazioni, storie di immagini e di parole che non gli sono mai appartenute perché portate in vita durante una notte insonne.

Yo me enamorè del aire” , le note di questa canzone evocano in un uomo il risveglio della sua intimità addormentata da tempo, la danza sinuosa di una giovane donna impegnata a stendere i panni su una terrazza di un edificio della città assomiglia a un’onda leggera e trasparente, l’imitazione di un velo di cipria impalpabile sulla pelle di un sogno a occhi aperti.

“In vita sua aveva cercato sempre il mezzogiorno, e ora che era arrivato in quella città del sud gli pareva giusto continuare nella stessa direzione. Però, dentro, sentiva una brezza di tramontana. Pensò ai venti della vita, perché ci sono venti che accompagnano la vita: lo zefiro soave, il vento caldo della gioventù che poi il maestrale si incarica di rinfrescare, certi libeccio, lo scirocco che accascia, il vento gelido di tramontana. Aria, pensò, la vita è fatta d’aria, un soffio e via, e del resto anche noi non siamo nient’altro che un soffio, respiro, poi un giorno la macchina si ferma e il respiro finisce”

Realtà e immaginazione spesso hanno una sola voce, ciascuna ha compassione della fragilità dell’altra, apparentemente vivono distanti ma il tempo sa come scompigliare la notte inesperta nelle mani di nessuno, tic-tac tic-tac l’orologio balbetta, “clof clip cloffete cloppete” ripete la goccia, intanto i granelli della clessidra scendono ubbidienti senza protestare perché sanno che solo raggiungendo il fondo, in silenzio, il tempo del frattempo è vissuto appieno.