Femminicidio, perché la violenza di genere è innanzitutto un problema culturale: la parola alla prof.ssa Mazzone

Femminicidio, perché la violenza di genere è innanzitutto un problema culturale: la parola alla prof.ssa Mazzone

SICILIA – Gli anni passano, ma i pregiudizi e gli stereotipi restano. Si insinuano nelle nostre menti, sperando di persuaderle e, nonostante il costante tentativo di arginarli, continuano ancora oggi a rappresentare una minaccia concreta per la società.

A farne le spese in molti casi sono proprio le donne che da sempre portano sulle spalle il “peso” di essere considerate il “sesso debole“.


Nonostante i numerosi tentativi di emancipazione con cui sono state scritte pagine di storia indelebili, il raggiungimento della tanto ambita parità tra i sessi è un traguardo ancora incredibilmente lontano.

A confermarlo è l’altissimo tasso di femminicidi con cui siamo costantemente chiamati a fare i conti. A differenza di come talvolta si pensa, l’omicidio nei confronti di una donna non è semplicemente frutto di un raptus: alla base dei numerosi femminicidi che riempiono le prime pagine dei giornali vi è innanzitutto un problema di natura culturale.

I casi di femminicidio, infatti, non rappresentano altro che la punta dell’iceberg di diverse forme di violenza, fisica o psicologica, finalizzate a calpestare la dignità della donna e dovute alla diffusione di una cultura del possesso, tipica di un sistema fortemente patriarcale e maschilista.

La parola alla prof.ssa Stefania Mazzone

Ai nostri microfoni è intervenuta la dott.ssa Stefania Mazzone, professoressa di Storia delle dottrine politiche, delegata all’inclusione, pari opportunità e politiche di genere del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania.

La prof.ssa Mazzone ha fornito un’attenta analisi sul fenomeno del femminicidio, affrontandolo da un punto di vista socio-culturale.

  • In che misura l’alto tasso di femminicidi dipende da un fattore culturale e in particolare dalla mentalità fortemente maschilista che ancora oggi continua a essere ben radicata nella società?

Il fattore culturale è determinante. Anziché limitarsi a deprecare la violenza, invocando pene più severe per gli aggressori, più tutela per le vittime, forse sarebbe più sensato gettare uno sguardo là dove non vorremmo vederla comparire, in quelle zone della vita personale che hanno a che fare con gli affetti più intimi, con tutto ciò che ci è più familiare, ma non per questo più conosciuto. Gli omicidi, gli stupri, i maltrattamenti fisici e psicologici che hanno come oggetto le donne, sono oggi ampiamente documentati da allarmanti Rapporti internazionali, riferiti dalle cronache dei quotidiani, gridati in prima pagina quando sono particolarmente crudeli o spettacolari. A uccidere, violentare, sottomettere, sono prevalentemente mariti, figli, padri, amanti incapaci di tollerare pareti domestiche troppo o troppo poco protettive, abbracci assillanti o abbandoni che lasciano scoperte fragilità maschili insospettate: la cultura patriarcale agisce su entrambi i sessi ed è legata ad una concezione politica e sociale del sentimento amoroso“.

  • Da cosa può dipendere la cultura del possesso che spesso induce l’uomo violento a compiere gesti spropositati?

Il dominio dell’uomo sulla donna si distingue da tutti gli altri rapporti storici di potere per le sue implicazioni profonde e contraddittorie. Innanzitutto, la confusione tra amore e violenza: siamo di fronte a un dominio che nasce e si impone all’interno di relazioni intime, come la sessualità e la maternità. Ci sono parentele insospettabili che molti non riconoscono o che preferiscono ignorare. La più antica e la più duratura è quella che lega l’amore all’odio, la tenerezza alla rabbia, la vita alla morte. Si distrugge per conservare, si uccideper troppo amore‘, si idealizza l’appartenenza a un gruppo, una nazione, una cultura, per differenziarsi da chi ne è fuori, visto come nemico. Lo stesso Freud, in uno dei suoi saggi più famosi, dopo aver descritto ‘Eros e Tanatos’, amore e morte, come due pulsioni originarie, è costretto a riconoscere che sono meno polarizzate di quanto sembri. E dove l’intreccio è più sorprendente è proprio nel rapporto con l’oggetto d’amore, rapporto che, nella nostra cultura patriarcale, prevede un dominio tutto al maschile da parte di un uomo che non è mansueto, bensì aggressivo, così come il sistema sociale su cui si basa la sua formazione culturale e identitaria, che vede nell’altro un oggetto sessuale e luogo di sfogo di aggressività. Il rapporto d’amore, diviene l’arena privilegiata di queste pulsioni patriarcali in un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo/donna“.

  • Il senso di superiorità nei confronti della propria partner potrebbe essere una risposta al costante tentativo di emancipazione da parte della stessa?

La crescita della libertà e dell’autonomia femminile, se per un verso ha messo allo scoperto l’inadeguatezza maschile a rapportarsi alla donna come soggetto, individuo, persona, dall’altro può diventare una risorsa per permettere agli uomini una diversa esperienza di sé e del proprio corpo e dunque per aprire una strada di uscita dalla violenza. Certamente, il dominio maschile percorre traiettorie di ritorno alla madre: per garantirsi la possibilità del ritorno, sia pure immaginario, all’originaria beatitudine dell’unità a due, la continuità delle cure materne, era necessario che la donna restasse madre, depotenziata di una sessualità e di un’esistenza propria, a tal punto da doversi immedesimare totalmente con l’uomo o prendere su di sé la fragilità che era stata del figlio. Per celebrare la sua autonomia, la sua libertà nella sfera pubblica l’uomo ha avuto bisogno di cancellare i suoi vincoli biologici, la nascita dal corpo femminile e tutto ciò che quel corpo continua a rappresentare per lui: la fragilità, la mortalità, la dipendenza dei primi anni di vita. Pur continuando ad esaltarla immaginativamente, sulla donna l’uomo ha proiettato la sua debolezza, la sua caduta, la sua colpa, o semplicemente il retaggio della sua radice animale, e quindi dei suoi limiti di vivente. Per svilirne la potenza – materna ed erotica – l’ha costretta a vivere di vita riflessa, a incarnare le sue paure e i suoi desideri, la sua salvezza o la sua dannazione“.

  • Quale può essere il primo passo per sradicare la cultura patriarcale che da sempre sta alla base della nostra società?

Se la relazione amorosa ha contraddittoriamente compensato l’uomo con l’esercizio del potere a scapito della sua propria emancipazione dalla madre, ed è questo il genere di violenza che l’uomo sembra fare a se stesso, negandosi corporeità e autonomia dall’essere figlio, non meno impegnativo è il lavoro che la donna ha davanti. Alla donna serve un processo di autocoscienza, forse interrotto, che parta dal riconoscimento, sempre nell’ambito della relazione amorosa, della compensazione operata su di sé dal ruolo di ‘salvatrice del debole’, a scapito della propria emancipazione dal ruolo ora di madre protettiva e accudente, ora di figlia da proteggere e controllare“.

  • Nella società odierna potrebbe sembrare ancora prematuro parlare di parità tra i sessi. Ritiene che l’equità tra donne e uomini sia un traguardo realmente raggiungibile, oppure siamo ancora troppo distanti dall’uguaglianza di genere di cui tanto si parla?

L’emancipazione è possibile e non rinviabile. Un’emancipazione che, la storia ce lo insegna chiaramente, non può avvenire da soli e da sole, ma che solo una società politicamente giusta può sollecitare dentro un contesto di occasioni di diritti civili e sociali che sostengano la reciproca autonomia economica dei generi. Una società politicamente giusta che chiede alla politica istituzionale le regole, ma che non può delegare il proprio dovere di solidarietà dentro le parti del conflitto e, in questo, la battaglia per un linguaggio correttamente sessuato e differente deve rappresentare non l’agone di un dibattito che ridicolizzi l’esigenza di determinazioni linguistiche differenti, ma un campo di intervento e di confronto dove l’universalismo del linguaggio maschile sia superato dalla presenza femminile e differente di ogni genere, che rivendichi una presa di parola a partire dalle soggettività. Se l’obiettivo dell’emancipazione sarà, al livello sociale, economico, politico, civile, quello della partecipazione, nessuna e nessuno sarà più sola, solo“.

Foto di repertorio