Spopola il batterio “staphylococcus aureus”: di cosa si tratta e i rischi che comporta

Spopola il batterio “staphylococcus aureus”: di cosa si tratta e i rischi che comporta

CATANIA – Dai primi tempi in cui l’essere umano è esistito, si è sempre discusso di malattie e batteri dannosi, o addirittura letali per l’uomo.

Indubbiamente, grazie all’evoluzione della tecnologia negli ultimi anni, rispetto al passato, si riesce a individuare e a curare quasi tempestivamente un problema di salute.



Tuttavia, parallelamente all’incremento delle soluzioni terapeutiche, c’è la resistenza, per esempio, di determinati batteri potenzialmente dannosi per la persona.

Un dato allarmante, evidenziato negli ultimi risultati degli studi scientifici, punta l’attenzione in particolare su un batterio conosciuto come “staphylococcus aureus”, in italiano stafilococco aureo.


In molti non sono a conoscenza di cosa si tratta e dei preoccupanti rischi che si corrono, motivo per cui è stato approfondito l’argomento ascoltando il professore di Microbiologia, Graziano Siciliano, il quale spiega: “Negli ultimi anni è stato notato un aumento di batteri farmacoresistenti e, tra questi, proprio lo staphylococcus aureus sta spopolando. Ciò si trova principalmente nei nosocomi, ovvero nei reparti di lunga degenza, e nelle derrate alimentari specialmente di origine animale, poiché gli animali sono soggetti ad assumere antibiotici, a differenza dei vegetali sui quali è vietata la somministrazione in Italia”.

Al principio, non sembrerebbe nulla di preoccupante: “I batteri sono presenti ovunque, dentro e fuori dal nostro corpo, ma i farmacoresistenti sono di origine animale. In particolar modo essi vengono rilevati nel pollame poiché i polli hanno vita breve e vige la regola che minore è la durata di vita, maggiore è il rischio di infezione“.

Il problema, come spiega l’esperto, sorge nel momento in cui “lo staphylococcus è di facile trasmissione da un individuo all’altro. Per esempio, se una persona di sana e robusta costituzione lo contrae, e convive nello stesso ambiente, con una persona debilitata o con un anziano, basta anche solo sfiorarsi per trasmetterglielo. Il problema è che, mentre il primo soggetto in quanto ‘sano’ non avverte alcun sintomo, come spesso accade, l’anziano o il debilitato può avere invece gravi conseguenze, addirittura letali. Bisogna sottoporsi a una profilassi antibiotica, come avviene per i dottori, specie se il paziente ha resistenza ai farmaci, o in famiglia se qualcuno viene affetto”.

Per quanto riguarda i primi campanelli di allarme, sottolinea il professore Siciliano, “il batterio può causare infezioni ovunque, ciò dipende dagli elementi extracromosomiali, cioè i plasmidi che, in base a come sono strutturati, solitamente da 5 o 6 geni, possono essere di resistenza metabolica, capaci di sintetizzare una nuova sostanza, oppure di virulenza proponendo ceppi che non fanno nulla o altri che, per esempio, attaccano l’intestino causando un’emorragia intestinale. Altri sintomi comuni sono la produzione eccessiva di tossine e l’invasione in tutto il corpo di microrganismi patogeni i quali causano la setticemia, o se è un’invasione di batteri si arriva alla batteriemia, portando anche alla morte com’è successo in molti casi”.

L’ostacolo più grande è la resistenza ai farmaci. Dichiara l’esperto: “Persino le infezioni secondarie non rispondono più alle cure farmacologiche. Per esempio, la penicillina che agiva sulla parete batterica ed evitava la divisione del batterio, adesso non riesce più a sconfiggerlo. Dunque, dalla penicillina siamo arrivati a farmaci sintetici, poiché le sostanze naturali ormai vengono intercettate facilmente dai batteri che si sono dotati negli ultimi anni di pull enzimatici. Questi ultimi sono meccanismi cellulari in grado di distruggere gli antibiotici, o meglio, tramite meccanismi di pompa l’antibiotico arriva dentro il batterio, ma viene respinto fuori da quest’ultimo. Per individuare il grado di resistenza oggi ci si affida all’antibiogramma, il quale mostra a quale antibiotico il batterio è resistente o meno, o viceversa sensibile”.

Potrebbe trattarsi di fine del mondo? “No, non a questi livelli – tranquillizza il professore -. Le aziende farmaceutiche brevettano nuovi farmaci considerando la rilevanza di tale batterio nel genere umano. Non solo, tra i nuovi rimedi, le ditte hanno individuato l’utilizzo di antibiotici sintetici o estratti naturali come il tea tree, albero del tè, scientificamente nominato come ‘melaleuca alternifolia’, risultato efficace nella cura delle infezioni, prodotte dal batterio”.

La disinformazione contribuisce nell’accrescimento del fenomeno. Aggiunge l’esperto: “La gente sbaglia somministrandosi autonomamente gli antibiotici senza consultare il medico. Magari potrebbero non presentarsi effetti collaterali ma, assumendo il farmaco, entra in circolo nel corpo la cosiddetta dose subletale, la quale uccide i batteri sensibili ma lascia vivi coloro che non lo sono, aumentando le probabilità di trasmissione”.

Come sottolinea il professor Siciliano, contribuiscono anche le cattive abitudini: “Mai sottovalutare gesti semplici come lavare le mani (profilassi primaria). Io infatti in laboratorio ai miei ragazzi raccomando sempre di lavarsi le mani. Se si va in bagno poi bisogna lavarsi le mani, oppure se si cucina la carne, bisogna lavarsi le mani e non girare con la stessa forchetta la parte cruda e quella cotta”.

Lo specialista, infine, conclude con un accenno sulle prospettive future: “Lo staphylococcus propone una molteplice varietà di ceppi. Il fenomeno è in evoluzione, si indaga da pochi anni. Gli scienziati di tutto il mondo stanno studiando poiché ci si trova di fronte a un organismo che tende a mutare velocemente. Sicuramente arriveranno nuove cure, di fatti, tra queste è già avvenuto un nuovo approccio a virus particolari, detti fagi, cioè virus che attaccano lo stafilococco ma, proprio essendo virus, non si è a conoscenza delle ripercussioni che potranno avere sull’uomo, per questo persiste ancora una certa cautela”.

Fonte immagine: Wikipedia







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