Sindrome del prigioniero, sintomi e soluzioni. L’esperto: “Oltre un milione di italiani non vuole più uscire”

Sindrome del prigioniero, sintomi e soluzioni. L’esperto: “Oltre un milione di italiani non vuole più uscire”

CATANIA – “Casa dolce casa”. Quante volte questa espressione viene usata nelle conversazioni, facendo riferimento a quel luogo dove rifugiarsi quando fuori tutto diventa caotico.


Ora più che mai la casa è la protagonista di un periodo non proprio felice per il mondo. “Casa” ha assunto il valore di barriera protettiva, di scudo dietro cui mettersi al riparo da ciò che c’è all’esterno.


Prima del “fatidico” stop, avvenuto a marzo, il ritmo frenetico della vita quotidiana a tanti non permetteva di focalizzarsi sul proprio “nido”.


Successivamente ci si è ritrovati costretti a circondarsi da quattro mura che, pian piano, hanno assunto diverse sfumature.



La “casa” è diventata improvvisamente un luogo in cui trascorrere non solo le giornate monotone, ma persino i momenti più emozionanti. Dai semplici “flashmob” sui balconi, alla laurea nella propria stanza o nel salotto.

Ci sarebbe molto altro, ma questi piccoli esempi bastano a far capire l’importanza di quanto si sta affermando.

Ma come si suol dire, non è tutto rose e fiori. Ci sono attimi in cui chiudersi in un luogo, per molto tempo, ha anche delle ripercussioni negative.

A riprova di ciò, è bastato leggere quanto condiviso dalla gente sui social, dove una delle parole usate più volte è “reclusione” o “arresti domiciliari”.

Indubbiamente la stragrande maggioranza di chi ha fatto uso di tali termini ha assunto un tono ironico, ma c’è da dire che non per tutti è stato così. Per qualcuno tale situazione è diventata una vera e propria condanna.

Senza andare lontano dalle parole impiegate dagli utenti, risulta necessario approfondire quali siano i risultati di una permanenza prolungata nella propria abitazione.

Nonostante l’allentamento delle restrizioni, molti soggetti preferiscono continuare a stare nel proprio appartamento, senza varcarne la soglia. Complice di tali condizioni il distanziamento sociale imposto.

A livello scientifico esiste già un nome per questo fenomeno, peraltro in larga espansione. Si tratta della sindrome del prigioniero, conosciuta anche come sindrome della capanna.

Per approfondire il tutto è giusto “passare la parola” a un esperto. Pertanto è stata ascoltata ai microfoni di NewSicilia.it, la psicologa catanese Livia La Rosa: “La pandemia ha comportato tutta una serie di problematiche socio-economiche che sono facilmente rilevabili. Ma, ciò che è meno palese è il riscontro psicologico che la pandemia, e le misure atte a contrastarla, hanno portato e porteranno sulla popolazione”.

I quadri clinici più diffusi, emersi in seguito alla quarantena

“Ricerche hanno dimostrato come un lungo periodo di quarantena porti a sviluppare sintomi di disturbo da stress post traumatico, sentimenti di ansia e rabbia e l’insorgenza di comportamenti fobici di evitamento. Tali elementi non si limiterebbero al periodo di isolamento, ma si protrarrebbero nel dopo-quarantena, sviluppandosi potenzialmente in sindromi depressive”.

Un focus sulla sindrome della capanna e sulla derivante sintomatologia

“Un’altra conseguenza comune del lockdown è quella che viene chiamata sindrome della capanna, e della quale abbiamo riscontro con l’avvento della Fase 2. Una volta che le restrizioni sono state allentate, la logica vorrebbe che le persone si riversassero sulle strade e approfittassero della possibilità di uscire e di incontrare i propri cari. Tuttavia, spesso ciò non succede. Si trovano difficoltà a lasciare la propria casa, che nel periodo di quarantena ha simboleggiato un porto sicuro. Un luogo che li ha protetti dai rischi del mondo esterno. Secondo la stima della Società Italiana di Psichiatria, l’eventualità di uscire dalla propria abitazione provocherebbe, in oltre un milione di italiani, sentimenti di ansia, paura e insicurezza nei confronti di una realtà di cui hanno imparato a fare a meno durante la permanenza in casa”.

Nulla di cui preoccuparsi, ci sono le soluzioni dell’esperto

“Per ridurre le conseguenze negative sul benessere psicologico della popolazione, è necessaria prima di tutto una corretta informazione circa la situazione attuale e le previsioni future. In tal modo i cittadini non si sentono abbandonati dalle istituzioni, in quello che si presenta come un futuro complesso e incerto. In secondo luogo, bisognerebbe evitare gli eccessivi allarmismi messi in atto da molti media. I cittadini, ora come non mai, hanno bisogno di speranza. Coniugare questi due elementi, cioè corretta informazione e speranza per il futuro, è sicuramente un compito delicato, ma necessario per combattere il malessere psicologico attuale e futuro, che un evento così traumatico inevitabilmente comporta”.

Fonte foto: Pixabay.com