Coronavirus, l’emergenza è anche economica: un sondaggio rivela le difficoltà delle aziende

Coronavirus, l’emergenza è anche economica: un sondaggio rivela le difficoltà delle aziende

Un quadro allarmante per il sistema delle PMI, quello che emerge dal sondaggio “Emergenza Covid-19, il Coronavirus quanto sta facendo male alla tua azienda?” promosso dall’Ufficio studi di A.P.I. che ha fotografato il sentimento di circa 400 imprenditori associati.

Il 73,9% delle aziende che importano o utilizzano materie prime provenienti dai Paesi Ue (oltre il 57% del campione), nell’ultimo mese, ha subito ritardi o disservizi nelle consegne. Tali disservizi hanno inciso sulla produzione, per il 18,5% delle PMI tra lo 0 e il 5%, per il 21,5% tra il 6 e il 10%, per il 12,3% delle aziende si è superato il 40%, mentre per oltre il 24% è ancora troppo presto per quantificare.


Tra le aziende esportatrici (il 55% del campione), oltre l’81% ha subito un calo o uno stop degli ordini o ha avuto dei problemi nel consegnare le merci. Tali disservizi hanno inciso sul fatturato tra l’11 e il 15% per l’11,8% delle aziende, tra il 16 e il 20% per il 9,8%, tra il 21 e il 30% per il 15,7%, oltre il 40% per il 23,5% delle PMI. Tra i Paesi con i quali si registra una maggiore diminuzione degli ordini si trovano Asia (27,4%) e Europa Orientale (16,8%).

“Non possiamo più aspettare, gli imprenditori hanno atteso, ma ora basta – ha commentato il presidente di A.P.I., Paolo Galassi, a seguito delle parole del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, che ha parlato ai cittadini per presentare il nuovo DPCM, spiegando che il blocco delle attività proseguirà sino al 13 aprile -. Dobbiamo intraprendere, in parallelo alle azioni imprescindibili per la tutela della salute dei cittadini, quelle per garantire il futuro della nostra economia e i posti di lavoro. Se andiamo avanti così non ci sarà più nulla da salvare“.



Per fronteggiare la difficile situazione economica, tra le diverse iniziative quelle principali vedono: oltre il 28% degli imprenditori essersi già mosso facendo ricorso agli ammortizzatori sociali, il 20% cercando liquidità (leasing, lettere di credito, finanziamenti), l’11,2% riducendo il personale in produzione o diminuendo l’orario di lavoro dei dipendenti, o mettendo in ferie forzate il personale (5%) o facendo ricorso allo smart working (3,7%). Si tratta però di misure tampone.

Gli imprenditori sono molto preoccupati, il 26,3% dei capitani d’impresa per la tenuta dell’azienda e la garanzia dell’occupazione dei dipendenti, timore che supera le paure relative alla salute propria e dei familiari (20% degli imprenditori), altri per il futuro incerto (15%) o per i mancati pagamenti dei clienti (12,8%).

“Gli imprenditori stanno applicando le norme previste dalle autorità e i protocolli di sicurezza per garantire la salute dei dipendenti. È necessario fare una differenza sulla base associativa A.P.I., composta da circa 2mila PMI associate. I settori alimentare e logistica sono attivi, mentre oltre l’80% delle imprese meccaniche – che costituiscono il 33% della base associativa – è chiuso. Calcolare l’impatto economico, quindi, è ancora difficile. Siamo preoccupati; molte imprese potrebbero non riaprire e questo avrà un forte impatto sull’occupazione e sul sistema Italia. A oggi abbiamo già richieste di cassa integrazione da oltre 400 imprese per circa 8.300 lavoratori. E siamo solo ai primi di aprile” chiarisce il presidente Galassi.

Lo scontento, tra gli imprenditori, è marcato. Alla domanda “Come valuta il decreto legge Cura Italia?”, il 42,5% non vuole o ritiene troppo presto esprimere un giudizio, il 40% lo giudica negativamente, solo il 17,5% ritiene sia positivo. Tra le motivazioni di un giudizio così duro da parte delle aziende, il fatto che, secondo loro, in questo momento, il Governo non sta facendo il meglio per tutelare il mondo produttivo (13,3%), perché i politici non hanno percezione di cosa sia veramente l’industria (12%), perché non ha focalizzato abbastanza il suo intervento sulle PMI (11,4%), perché non ha messo in campo abbastanza risorse finanziarie (9,5%), perché manca una politica industriale (8,9%).

Le necessità delle imprese associate ad A.P.I. si basano su alcuni pilastri su cui è necessario agire subito: semplificazione delle procedure e chiarezza delle norme; iniezione di liquidità; annullamento e posticipo di tasse e scadenze fiscali, misure da applicare sia per il 2020 che per il 2021; garantire i pagamenti per evitare che il “contagio” dell’insolvenza metta rapidamente in difficoltà tante aziende; incentivare la patrimonializzazione ad esempio premiando gli imprenditori che mettono in azienda i propri risparmi per garantirne la continuità; varare misure finanziarie straordinarie finalizzate ad “alleggerire” quanto più possibile i costi energetici, eliminando o riducendo il gettito di costi fissi, oneri e tasse.

Inoltre, è importante che da subito si inizi una fase di rientro alle attività lavorative, chiarendo come e cosa va fatto; si lavori far ripartire la domanda sul mercato, soprattutto interno, per riavviare l’economia, garantendo posti di lavoro e stipendi; vanno favoriti gli acquisti della PA di prodotti e servizi di aziende italiane; vanno fatte azioni per non perdere terreno con le imprese competitor ubicate negli altri stati; bisogna rilanciare le grandi opere.

“Quello che chiedono le PMI – incalza Galassi – sono risposte. Serve mettere, nero su bianco le misure economiche che garantiscano la tenuta del Paese. Ora come non mai, è necessaria una politica industriale che elimini le deficienze che l’Italia ha e che frenano lo sviluppo imprenditoriale. Inoltre, in questa fase di emergenza, si vari un nuovo piano Marshall per salvare il manifatturiero. L’Italia si deve far sentire e battere i pugni sul tavolo internazionale”.

“Per Galassi, infatti, è stato sottovalutato il problema: “Ora è tempo di agire. Basta tergiversare – conclude –. Mi auguro, con una metafora forte ma veritiera, che il Covid-19 faccia morire le disparità e le ingiustizie di questa Europa e che, allo stesso tempo, dia nuovo vigore a ciò che l’UE è in grado di fare per tutti i suoi cittadini. Sono convinto che nonostante queste critiche (non solo mie, ma anche della stragrande maggioranza dei nostri imprenditori), emerga un sentire diffuso: l’Europa può e deve seguire il progetto per cui è stata costituita. Se non cambia le proprie regole e non scioglie le proprie contraddizioni rischia seriamente di fallire e così anche la nostra economia”.