PALERMO – Anno nuovo, ma la situazione rimane la stessa. Un 2018 iniziato sulla falsariga dell’anno precedente dal punto di vista occupazionale ed economico in Sicilia, con tante vertenze e chiusure che hanno toccato diversi settori del lavoro. Dall’industria ai bacini prefettizi, dalla grande distribuzione ai cantieri per la realizzazione di opere pubbliche.
Una situazione che continua a persistere in condizioni negative e che arriva anche a toccare, con l’arrivo della stagione calda, i lavoratori dei consorzi di bonifica, che denunciano l’arretratezza e l’obsolescenza delle strutture irrigue, che insieme con la mancanza di eventi piovosi mette la nostra isola a rischio siccità.
La questione affonda le radici nella crisi economica che colpisce l’Italia intera, ma in Sicilia coinvolge diversi aspetti, tra cui il ritardo nella costruzione di infrastrutture, alcune delle quali ancora realizzate a metà. Seguono a ruota le industrie, per le quali spesso si pone il problema del rispetto delle norme ambientali, e la mancanza di occupazione per i più giovani, spesso costretti a fare “lavoretti” temporanei.
Della questione hanno parlato i segretari regionali delle sigle sindacali, Michele Pagliaro (Cgil), Mimmo Milazzo (Cisl) e Claudio Barone (Uil). Tutti e tre pongono l’attenzione sulla spesa dei fondi europei per le industrie e l’edilizia, settori economici fondamentali.
Pagliaro parte dai cenni alla ripresa da parte dello Stato italiano, che però non trovano spesso riscontro in Sicilia e più in generale nel Mezzogiorno.
“Dal 2007 a oggi – spiega Pagliaro – si sono persi tanti posti di lavoro tradizionale, come nell’edilizia e nell’industria, e il saldo rimane negativo, in quanto all’appello mancano 100 mila posti di lavoro. Un esempio in tal senso sono la Bluetech a Termini Imerese e il polo petrolchimico di Gela, che hanno un forte livello retributivo. In questo manca una vera e propria politica di riconversione, in quanto c’è un grande ritardo nel progetto dell’Eni. Il gap che c’è con il Nord Italia, in termini di infrastrutture soprattutto, è molto alto e paghiamo più tasse per avere servizi inferiori a quelli del Settentrione. La situazione del sistema pensionistico è altrettanto negativa perché soprattutto i neopensionati, quelli della legge Fornero, si trovano a rischio povertà. Inoltre i giovani sono costretti a fare lavoretti e tirocini o addirittura non cercano nemmeno lavoro”.
Per una possibile “scappatoia” dalla crisi, il segreto è non commettere gli errori del passato, come “l’incapacità di spesa dei fondi strutturali europei – conclude Pagliaro -, per i quali i bandi stanno partendo solo ora. Nel Patto per il Sud ci sono il Patto per la Sicilia e quelli per le tre città metropolitane, il primo a carico della Regione Siciliana, che ha messo in campo circa 1.250 progetti, privi però di quelli esecutivi. Tutti questi ostacoli vanno rimossi e se non si produce ricchezza non ci sono consumi. I lavori attuali sono spesso svalorizzati e ai soggetti più deboli, inoltre, è stato scaricato il prezzo di questa crisi. Bisogna rivedere bene i criteri e le contraddizioni del neoliberismo e della globalizzazione e saper conciliare la salvaguardia dell’ambiente con lo sviluppo economico”.
Riguardo al sito industriale di Gela e alla Bluetech gli fa eco Mimmo Milazzo della Cisl, che afferma: “A Gela non si è ancora proceduto alla riconversione green e per la Bluetech i finanziamenti si sono inceppati. Abbiamo sollecitato il governo regionale e il Mise ad assumere iniziative in tal senso, perché superiamo il 20 % di disoccupazione ordinaria. Per il polo petrolchimico siracusano, che va più forte, bisogna stare attenti a far coesistere l’occupazione economica con la tutela dell’ambiente. La Regione ha intrapreso un percorso virtuoso per il rifacimento delle strade. Il turismo, inoltre, cresce e gli operatori del settore vanno messi nelle condizioni di lavorare bene. La grande distribuzione a Catania si è concentrata in modo abnorme in poco spazio”.
Claudio Barone della Uil, infine, parla di un rischio deindustrializzazione, in quanto “la recente cessione della raffineria Esso ad Augusta e il problema dell’Eni a Gela mettono a rischio l’export petrolifero. A Catania l’Etna Valley ha buoni progetti per la componentistica, ma gli effetti della crisi si fanno sentire di più per chi opera nel mercato nazionale. L’agricoltura copre solo il 7 % del Pil e la produzione è molto frammentata. Un altro settore che soffre è l’edilizia, con 100 mila operai a spasso. In questo senso sono importanti i fondi europei disponibili, per migliorare la dotazione infrastrutturale, e va creato un contesto ideale per le industrie”.



