PALERMO – Sono trascorsi undici anni dall’omicidio di Aldo Naro, il medico di 25 anni originario di San Cataldo, ucciso nella notte di San Valentino del 2015 all’interno della discoteca Goa di Palermo durante una rissa.
Oggi la sorella, Maria Chiara Naro, affida a una lettera aperta il suo sfogo, ripercorrendo una vicenda giudiziaria che, a suo dire, non avrebbe garantito piena giustizia alla famiglia.
Una sola condanna, tre prescrizioni
Per l’omicidio è stato condannato a 10 anni di reclusione Andrea Balsano, all’epoca diciassettenne e buttafuori abusivo del locale. La pena è stata interamente scontata.
Nel frattempo, in appello è intervenuta la prescrizione per altri tre imputati: Francesco Troia e Antonino Basile, condannati in primo grado nel 2023 a un anno e 9 mesi per rissa aggravata, e Massimo Barbaro, accusato di favoreggiamento per avere ostacolato le indagini.
Le accuse della famiglia
Nella lettera, Maria Chiara Naro ricostruisce le tappe del procedimento giudiziario e solleva interrogativi su alcuni passaggi chiave dell’inchiesta.
Secondo quanto scrive, inizialmente il procedimento non sarebbe partito per omicidio ma per rissa, con lo stesso Aldo Naro denunciato. La scelta sarebbe stata motivata da un primo referto medico-legale che parlava di un unico colpo fatale.
A distanza di anni, però, la famiglia evidenzia che la Tac cranica su cui si basava quel referto sarebbe risultata “scomparsa” e che, dopo l’esumazione del corpo, sarebbe emerso un quadro diverso, con più lesioni.
“Lo Stato ha perso”
La sorella del medico critica anche la gestione di alcune testimonianze e il comportamento di chi avrebbe condotto le indagini, denunciando presunte irregolarità e mancanza di sensibilità istituzionale verso la famiglia.
“Ho 30 anni e non ho stima di uno Stato che non tutela il diritto fondamentale alla giustizia”, scrive, concludendo che in questa vicenda “abbiamo perso tutti, ma lo Stato un po’ di più”.



