Cultura

“Give Peace a Chance”, oggi la Giornata Internazionale della Pace, tra cumuli di indifferenza e odio

MONDO – Dalla radice indoeuropea pak – e tramutata in pax dai Romani, la parola pace traduce in lettere la volontà dell’anima di potersi legare ad un’altra, varcando ogni limite politico e sociale.

Oggi, 21 settembre, si celebra nel modo questa radice così antica e che, da ormai troppo tempo, è sepolta da cumuli di guerre ed individualismi disarmanti.

Giornata internazionale della pace

La Giornata Internazionale della Pace è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1981, con Risoluzione A/RES/36/67, con l’obiettivo di rafforzare la volontà di pace tra le nazioni e i popoli.

Dal 2001 le celebrazioni per la pace sono state fissate per il giorno 21 Settembre di ogni anno, tramite la Risoluzione A/RES/55/282, ed è stato convenuto che questa sarebbe stata la giornata in cui sospendere tutte le ostilità e la violenza nel mondo.

Coltivare una cultura di pace

Coltivare una cultura di pace“: questo il tema scelto per il 2024 e lanciato dalle parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres: “In un mondo afflitto da conflitti, disuguaglianze e discriminazioni, dobbiamo impegnarci ancora di più per promuovere il dialogo, l’empatia e i diritti umani per tutti“.

Un tema che dunque cercherà di estirpare quel raccolto cancerogeno affetto solo da odio e contrapposizioni che spaccano in due i popoli e uccidono l’idea stessa di uomo. Uomo che ormai, nella più classica delle teorie darwiniane, è abituato a vivere in questa laguna di odio, sguazzando tra una guerra e l’altra senza batter ciglio.

Un’evoluzione culturale che ha portato l’essere umano a scindersi da qual si voglia sentimento pacifico e, anzi in molte occasioni, punta nella violenza l’unica soluzione possibile.

E forse è solo perché siamo stati figli di un secolo post guerre mondiali, convinti che i conflitti ormai non esistessero più e che la pace regnasse sovrana; ma poi ecco lo sgretolarsi delle Torri Gemelle e il panico Occidentale, disinnescati dai “Tanto la guerra qua non arriva” e da una lenta ma cronica intolleranza verso il mondo Orientale.

Le icone moderne

Nei secoli c’è chi ha tentato di filtrare nelle sporche tubature umane un solvente che potesse ripulire qualunque incrostatura che rendesse non potabile il dialogo tra i popoli.

Infiammati dal furore della Guerra in Vietnam, gli anni 60 e 70 sono stati il nido di un sentimento anti-guerra, stanco di giornali macchiati di morte e politici a caccia solo di potere.  Tra i ciceroni di quest’epoca, vicini al mondo giovanile, come non citare Bob Dylan e John Lennon, quest’ultimo autore di quello che si è poi tramutato in un vero e proprio inno del movimento pacifista americano: “Give Peace a Chance/Remember Love”.

Il singolo, pubblicato nel ’69, fu scritto durante la celebre luna di miele Bed-In di Lennon e Yoko Ono; quando un giornalista chiese loro cosa pensassero di ottenere standosene a letto, Lennon rispose spontaneamente: “All we are saying is give peace a chance ovvero “Tutto quello che stiamo dicendo è date una possibilità alla pace“,  a Lennon la frase piacque e decise di scriverci una canzone intorno.

In Italia

In Italia seguaci della nonviolenza della prima ora sono stati il filosofo Aldo Capitini, il primo obiettore di coscienza Pietro Pinna, il MIR (Movimento Internazionale per la Riconciliazione), il MN (Movimento Nonviolento), la LDU (Lega per il Disarmo Unilaterale).

La normalizzazione della violenza

Omicidi, stupri, aggressioni e conflitti. L’uomo è imprigionato da questa ragnatela d’astio, pronto a perdere ore per godere di un pizzico di violenza su schermo ma deciso a cambiare canale se in televisione appare un carro-armato, perché “I bambini guerre non ne devono vedere” oppure “Si parla solo di questo ormai“.

È la strana dualità moderna, spaccata tra una voglia irrefrenabile di sangue e un soffocamento immediato dell’attualità che cerca di proteggere il mondo dai conflitti semplicemente censurandoli e otturando i canali di comunicazione, limitandogli a mezze e povere verità.

E quindi ecco che due righe di articolo sugli orrori di Gaza vengono sovrastati da un intero servizio per un “dissing epopeico” tra rapper con il rolex al polso ma “vicinissimi” alle difficoltà sociali.

La verità è che l’uomo da secoli è felicemente ed inconsciamente prigioniero dell’indifferenza, orientandosi sempre verso un nuovo pirandelliano lanternone da seguire e lasciando nel buio marcio quella pace a cui Lennon voleva tanto dare una “chance”.

 

Santo Romeo

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Santo Romeo
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