ITALIA – Il fenomeno del razzismo nel mondo del calcio è ancora un problema lontano dall’essere risolto. Proprio pochi giorni fa, il 25 Marzo, durante la partita valida per gli ottavi di finale del Torneo di Viareggio, tra Torino e la squadra brasiliana Internacional, si è assistito all’ennesimo episodio di violenza verbale nei confronti di un calciatore della formazione brasiliana.
La squadra ospite ha dunque scelto in segno di protesta di abbandonare il rettangolo di gioco, perdendo la partita a tavolino, ma lanciando un messaggio molto importante: non ci può essere più spazio per il razzismo.
Il razzismo nel calcio: un fenomeno in crescita
Sembrava impossibile immaginare nel 2025, ancora la presenza di insulti e discriminazioni razziali. Invece pare che quello dell’insulto razziale stia diventando un’abitudine assai diffusa tra tifosi e calciatori stessi, come se fosse la normalità evidenziare delle differenze che poi nella realtà dei fatti, chiaramente non esistono.
Non molto tempo fa, il giudice sportivo della Serie B ha punito il calciatore della Cremonese, Franco Vàzquez, per avere insultato il calciatore Mehdi Dorval, durante la partita di Serie B, tra le due rispettive compagini: Cremonese contro Bari.
Il calciatore del Bari, pare fosse uscito dal campo in lacrime dopo la fine della gara, spingendo dunque il club biancorosso a non sottovalutare l’accaduto, chiedendo di affrontare duramente la questione, che si è poi conclusa con l’assegnazione di una maxi squalifica per 10 giornate, adesso ridotta a 8, nei confronti di Vàzquez.
Contaminato anche il mondo dei social
Chi pensa che il razzismo entri e finisca nel rettangolo di gioco si sbaglia. Il mondo dei social, conta oggi forse ancora più persone pronte a discriminare e diffondere insulti razziali.
Il razzismo nel calcio non è una novità, ma con l’avvento dei social media ha trovato una nuova arena in cui diffondersi. Se in passato la discriminazione si manifestava principalmente negli stadi, oggi le piattaforme digitali amplificano il problema, dando spazio a insulti e minacce rivolte ai calciatori.
La possibilità di commentare in modo anonimo ha favorito un’escalation di episodi razzisti, con le vittime che, spesso, sono i giocatori di origine africana, asiatica o sudamericana.
Stavolta portiamo in evidenza un altro caso, sempre in Italia. Moise Kean, attaccante della Nazionale Italiana e della Fiorentina, nel mese di Febbraio, al termine della partita contro l’Inter è stato bersagliato di insulti razzisti sui social.
Il calciatore italiano ha denunciato sui social ciò che stava subendo, lamentandosi di come fosse ancora possibile tutto ciò nel 2025.
La Fiorentina ha dunque successivamente denunciato gli autori di tali gesti alle autorità competenti. Andando a far notare come la tolleranza verso chi diffonde questi insulti, debba essere pari allo zero, invitando gli altri club a comportarsi allo stesso modo, per tentare in tutti i modi di arginare il problema.
L’impegno della Serie A contro il razzismo
Il 21 Marzo si è svolta la Giornata Internazionale per la discriminazione razziale, e la Lega Serie A e UNAR, hanno pubblicato il proprio manifesto contro il razzismo, sintetizzando i valori della loro campagna “Keep Racism Out” lanciando un messaggio chiaro e inequivocabile.
La Serie A comunica: “Il manifesto è un invito per tutti a prendere posizione: il razzismo non è un’opinione, non è un’opzione. È fuori dal calcio, fuori dagli stadi, fuori dalla società. La discriminazione, l’odio e la violenza non possono trovare spazio nel gioco più bello del mondo, e chi sceglie il silenzio ne diventa complice”.
“Attraverso parole forti e dirette, il manifesto ribadisce che il calcio dev’essere uno spazio di inclusione, passione e rispetto, senza distinzioni di etnia, genere, religione o orientamento”.
Cosa spinge l’utente ad attuare questa forma di violenza
Entrare nella mente umana e cercare di capire cosa spinge veramente una persona, ad insultare violentemente un’altra è molto complesso. Tuttavia facendo un’analisi è possibile provare a comprendere il perché di tutto questo odio ingiustificato.
Molti utenti si sentono liberi di insultare perché:
- Creano account anonimi: Fino a quando gli utenti avranno la possibilità di creare account falsi e/o anonimi, la piaga del razzismo nei social difficilmente subirà una netta frenata. Oltretutto non sempre permettono di risalire al responsabile, rendendo difficile l’identificazione che porterebbe poi ad una denuncia.
- Le piattaforme non applicano sanzioni efficaci: Anche quando gli utenti vengono segnalati, spesso ricevono solo una sospensione temporanea, potendo dunque creare facilmente nuovi account.
- Moderazione lenta: Gli algoritmi dei social dovrebbero bloccare i commenti in tempo reale, ma molte offese vengono rimosse molto tempo dopo, rendendo quasi vano il tentativo di contrasto.
Questo è quanto riguarda l’aspetto nei social, ma nella vita reale di tutti i giorni, ciò che alimenta ancor di più questo fenomeno è la tendenza alla normalizzazione dell’atto in sé.
Molte persone infatti pensano che i calciatori, essendo personaggi famosi, debbano sopportare tutto, senza reagire. O peggio ancora, si è spesso convinti che tutto ciò faccia parte dell’ambiente da stadio, minimizzando il problema, come se non ci fosse soluzione al riguardo.