Sanremo 2026, il Festival delle crepe e delle rinascite: 30 canzoni tra fragilità, ironia e verità scomode

Sanremo 2026, il Festival delle crepe e delle rinascite: 30 canzoni tra fragilità, ironia e verità scomode

ITALIA – C’è un filo rosso che attraversa il Festival di Sanremo 2026: non è l’amore in senso classico, ma la sua forma più inquieta. Relazioni che finiscono, identità che vacillano, rabbie trattenute, desideri fisici rivendicati senza colpa. E poi la denuncia sociale, la guerra, la precarietà emotiva, l’intelligenza artificiale che diventa metafora di solitudini contemporanee.

Con meno euforia da cartolina e più introspezione, quest’anno i testi non urlano, ma scavano. E lo fanno con linguaggi diversi — urban, cantautorato, dance, rock, country — restituendo una fotografia complessa e spesso impietosa del presente.

Il significato dei 30 testi in gara

È un Festival che sembra interrogarsi su cosa significhi restare interi in un tempo che sfilaccia tutto: affetti, lavoro, identità. Ecco il significato dei testi dei 30 big in gara.

Fragili ma ostinati: uomini che cadono e si rialzano

La vulnerabilità maschile è uno dei temi più evidenti di questa edizione.

Tredici Pietro porta in gara Uomo che cade e mette in scena un maschile imperfetto, che inciampa ma non fugge. Una confessione che non teme la figuraccia né l’errore:
Dimmi che hai troppe cose da dire, cose da fare, fogli bruciare per rimanere ferma a guardare l’uomo che cade“.
L’immagine è potente: l’uomo cade, ma resta lì. Non scappa. La caduta non è fallimento, è esposizione.

Anche Leo Gassmann con Naturale racconta l’attimo dopo l’addio, quando il dolore è ancora caldo:
Ci siamo trovati, lasciati poi ritrovati con altri. Riempiti di baci che mi sembravano schiaffi“.
Roma diventa deserta come un continente ghiacciato, metafora di un cuore diviso.

Con Il meglio di me, Francesco Renga canta la crisi dell’uomo maturo, tra imperfezioni da nascondere e autenticità da recuperare:
Perdona il peggio di me… Fra tutti i miei dettagli sei tu il meglio di me“.

Enrico Nigiotti in Ogni volta che non so volare mette in versi l’insonnia e il tempo che passa.
È nata nel periodo del Covid ed è la fotografia di un momento: io nel letto che non dormo, e da lì parte un flusso di coscienza che attraversa la mia vita“.

E poi c’è l’iperrealismo di Fedez insieme a Marco Masini in Male necessario che raccontano un adulto che sbaglia ma prova a insegnare qualcosa al figlio:
Quando crescerai… i mostri non stanno soltanto sotto al letto“.
Il male non è un incidente: è una componente strutturale della crescita.

Michele Bravi in Prima o poi aggiunge malinconia e ostinazione sentimentale:
Ogni volta che ti penso, ricomincio sempre a scorrere le foto fino all’infinito. E ridere da solo, pensa tu che scemo. E in fondo ancora ci spero che prima o poi“.

Amori che bruciano, amori che resistono

Se molte storie si consumano, altre resistono con tenacia. Non mancano le dichiarazioni solide, quasi controcorrente.

Raf in Ora e per sempre torna con una promessa scritta insieme al figlio:
Era previsto che sarei rimasto io. Non avevamo molte probabilità. Ma siamo ancora qua“.
Una dichiarazione adulta, senza retorica.

Sal Da Vinci con Per sempre sì trasforma l’amore in progetto di vita:
Perché un amore, non è amore per la vita. Se non ha affrontato la più ripida salita“.

Diverso il tono – più intimo – di Malika Ayane in Animali notturni che canta l’amore maturo:
Fuori è pieno di persone… ma lo sai che nessuno ci capirà mai“.
Qui l’amore è scelta consapevole, incontro a metà strada.

Tommaso Paradiso con I romantici celebra l’amore quotidiano e il valore del romanticismo:
Vorrei avere un pianoforte in tasca. Solo per ricordarmi di noi. Ho il cuore appeso sulla giacca ogni volta che parlo di noi. I romantici guardano il cielo“.

E nella dimensione quasi fiabesca di Mara Sattei, Le cose che non sai di me, la cantante racconta un sentimento agli inizi, tenero e luminoso, tra tramonti e futuro condiviso.

Donne che si raccontano: tra rabbia, libertà e memoria

La voce femminile quest’anno non è decorativa. È centrale.

Arisa in Magica Favola si mette a nudo, tra infanzia e maturità, e ripercorre la propria vita con delicatezza:
Chiamerei mio padre solamente per ridirgli che mi manca. Forse sono solo stanca“.
È un autoritratto fragile e potente.

Levante con Sei tu porta a Sanremo un testo intimo e riflessivo, in cui l’amore diventa specchio e rivelazione. Un dialogo diretto, quasi spoglio, che mette al centro l’identità e la responsabilità emotiva:
Sei tu che mi hai insegnato a restare, quando era più facile scappare. Sei tu la parte fragile che non volevo guardare. Sei tu la mia verità“.

Con Resta con me, le Bambole di pezza ribaltano lo stereotipo: la donna forte può dire “ho bisogno”.
Tu resta con me. Anche se tutto questo ci cambierà. Adesso sono io a dirti che ho bisogno. A dirti in questo posto sembra tutto una follia“.

Ditonellapiaga in Che fastidio! sceglie la catarsi dell’elenco:
Dal politico italiano al sogno americano… I tronisti presentati come artisti“.
Un brano che è quasi uno sfogo generazionale.

All’opposto, Elettra Lamborghini in Voilà gioca con il corpo e il desiderio senza moralismi:
Viva l’amore amore amore che si fa… Noi due sotto un cielo a pois“.
Leggerezza sì, ma consapevole.

E magnetica- oltre che iconica – resta Patty Pravo con Opera:
Cantami ancora il presente… nella vanità io sono Musa, colore tagliente e poi Opera“.
Qui la vita stessa diventa arte.

Tra guerra, identità e disagio sociale

Non manca lo sguardo sul mondo.

Ermal Meta in Stella Stellina rilegge una filastrocca per raccontare una bambina palestinese:
Ho pensato anche di scappare da una terra che non ci vuole. Ma non so dove andare. Tra muri e mare non posso restare“.
Una ninna nanna spezzata dalla guerra.

J-Ax con Italia starter pack sceglie il sarcasmo country:
‘Sto paese è come con la precedenza. È solo di chi se la prende, non è mai di chi ce l’ha“.

E c’è l’ansia da prestazione sociale raccontata da Nayt in Prima che:
Prima che tu faccia un post, prima che controlli i like…“.
Un’ossessione contemporanea che precede perfino l’identità.

Sayf con Tu mi piaci tanto intreccia storia e quotidianità:
Tu mi piaci tanto, Noi siamo tutti uguali, Al bar e a lavorare, Figli di nostra madre, Vogliamo solo amare“.

Il dolore che resta, il dolore che trasforma

Alcuni brani si muovono nella zona più intima. Sono confessioni pure.

Serena Brancale dedica Qui con me alla madre scomparsa:
Scalerei la terra e il cielo, anche l’universo intero… per averti ancora qui con me“.
Un lutto che diventa lettera d’amore.

Fulminacci in Stupida sfortuna racconta la solitudine urbana e lascia un’immagine sospesa:
Ti troverò dentro a una foto. Sotto l’acqua mentre nuoto. Nella sabbia e nel cemento. Dentro un cinema all’aperto. Come un’allucinazione. In mezzo a tutte le persone“.

Chiello in Ti penso sempre prova a disinnamorarsi e affronta l’abbandono:
Ti penso sempre, voglio disinnamorarmi. E non è rimasto niente solo una scheggia di noi due. Quindi amarsi a cosa serve?“.

E ancora Luchè con Labirinto descrive la fine come polvere che si deposita:
Siamo polvere sui mobili dentro una casa vuota“.
Un’immagine domestica che diventa esistenziale.

Eddie Brock in Avvoltoi racconta la friendzone come ferita aperta:
Che scegli sempre quello che ti farà male/E resti sola dentro un letto da rifare. Perché è più facile per te farti spogliare, che spogliarti il cuore“.

Ironia, nonsense e intelligenza artificiale

Non tutto è dramma.

E sorprende Samurai Jay con Ossessione: quella che pare gelosia è in realtà dipendenza dalla musica:
Ti amo solo di venerdì, bailando contigo asì“.

LDA e Aka 7even con Poesie clandestine scelgono il melodramma partenopeo:
Bella da farmi mancare l’aria, tu sei Napoli sotterranea. Questa musica sale nel sangue carnale. D’amore si muore soltanto con te.Tu sei capace di farmi soffrire“.

Dargen D’Amico gioca tra ironia e inquietudine in Ai ai:
Ama ciò che non ti piace. È la chiave per la pace. Ma la password salvata mi sembra sbagliata. O la linea è saltata e ci prende fuoco casa“.
Sembra leggero, ma parla di perfezione forzata e alienazione.

La felicità come atto di ribellione

Chiude idealmente questa panoramica La felicità e basta di Maria Antonietta e Colombre:
Credo che la felicità. Ce la prendiamo e basta“.

In un mondo di apparenze e competizioni, scegliere la felicità diventa un gesto quasi sovversivo.

Un Festival meno urlato, ma più consapevole

Sanremo 2026 non è il festival dei tormentoni facili. È il festival delle crepe, delle confessioni, delle identità in transito.

Non ci sono slogan gridati, ma frasi che restano addosso. Non c’è solo l’amore romantico, ma l’amore che ferisce, quello che salva, quello che si reinventa.

E forse proprio qui sta il suo picco: nella capacità di raccontare, senza effetti speciali, la fatica e la bellezza di restare umani.