Professionismo “in rosa”, al vaglio le proposte per riconoscere alle donne il diritto

Professionismo “in rosa”, al vaglio le proposte per riconoscere alle donne il diritto

Parlare di “lotta delle donne” dovrebbe far sorgere un’obiezione concettuale: la Lotta presuppone un “contrasto duro e violento, senza esclusione di colpi, fra persone o gruppi di persone, alimentato dall’impegno di vincere o eliminare l’avversario”.

Oggi trovo aprioristicamente scorretto parlare di lotta per l’uguaglianza, laddove tutto il movimento sportivo deve allinearsi necessariamente sul riconoscimento di diritto inderogabili.


Le molte battaglie affrontate nel corso della storia, hanno permesso alle donne di avvicinarsi sempre più al raggiungimento dell’uguaglianza di genere e tali progressi non possono essere assolutamente ignorati, una su tutte quella per lo status di professioniste. Le atlete hanno ancora una copertura mediatica significativamente inferiore rispetto ai colleghi maschili e minori tutele riconosciute dalle rispettive federazioni.

Il professionismo sportivo italiano fino ad oggi era regolato della legge 91/1981, che nel suo secondo articolo recita: “Sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori che esercitano l’attività sportiva […] regolamentate e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse”. Una norma ormai inadeguata e ferma da quasi 40 anni, bloccata fino all’approvazione della legge di bilancio.

In base all’articolo 2 della legge in questione, la  legge n. 91 del 23 marzo 1981, gli atleti che svolgono un’attività sportiva retribuita e con continuità nelle discipline regolamentate dal Coni sono considerati “professionisti” se ricevono questa qualifica dalle singole federazioni sportive nazionali. Chi non è “professionista” è di conseguenza dilettante. Questo comporta conseguenze rilevanti in termini di stipendi massimi possibili e di contributi previdenziali.

Il potere di qualificare gli atleti come professionisti è dunque in mano alle singole federazioni sportive, non al governo, con la sola condizione fissata per legge che i professionisti svolgano un’attività retribuita e continuativa in una delle discipline regolamentate dal Coni.

La recente legge n. 86/2019 ha previsto l’adozione da parte del Governo di uno o più decreti legislativi per il riordino e la riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici allo scopo di garantire l’osservanza dei principi di parità di trattamento e di non discriminazione nel lavoro sportivo.

Adesso spetterà alle singole federazioni sportive poter effettivamente affermare il professionismo in rosa.

La proposta avanzata dalla commissione del Senato permetterà alle società di regolarizzare le tesserate, grazie agli aiuti previsti per tre anni per il pagamento dei contributi alle atlete. Le federazioni sportive dovranno deliberare lo status giuridico in consiglio per le loro tesserate.

Una delle principali ragioni che ha ostacolato fino ad oggi le federazioni nel qualificare come professioniste le proprie atlete era proprio i costi che le società sportive dovevano affrontare per il passaggio al professionismo delle suddette.

Spettava infatti alla società sportiva, che siglava un contratto con l’atleta, doversi fare carico del pagamento della gran parte (i due terzi abbondanti) dei contributi per la professionista, mentre per l’atleta dilettante – in base all’art. 67 del Tuir (Testo unico delle imposte sui redditi) e ss. – sono previste esenzioni e agevolazioni. Ed è proprio su questo aspetto che è intervenuto l’emendamento appena approvato in Senato.

L’unico grande ostacolo è rappresentato dal timore che le società dopo i tre anni garantiti dall’emendamento possano trovarsi in difficoltà economiche. L’aggravio dei costi del personale, che da dilettante diventa professionista, è importante e tante realtà potrebbero trovarsi in gravi difficoltà. La speranza è che i diritti televisivi possano rappresentare per lo sport femminile fonti di guadagno.

Importante precisare che l’emendamento che apre al professionismo femminile non riguarda solo i grandi sport di squadra, ma verrà riconosciuto alle atlete di tutti gli sport di cui le federazioni di competenza siano disposte a concedere lo status alle proprie tesserate. I milioni stanziati per i prossimi tre anni saranno così suddivisi: 4 nel 2020, 8 nel 2021 e 2022.

Lo Stato se ne farà carico, garantendo una copertura fino a un massimo di 8mila euro a stagione per atleta.

Per comprendere la portata e la misura nel cambiamento che questa novità avrà nel mondo dello sport, dovremo attendere le decisioni che nei prossimi anni verranno assunte dalle principali federazioni, ed in particolare dalle Big Four – Calcio, Basket, Ciclismo, Golf.

Pertanto, dopo l’approvazione della legge di Bilancio, le atlete italiane non diventeranno automaticamente professioniste, in quanto il potere di decidere se avere settori professionistici o meno spetterà in ogni caso alle federazioni sportive e non al governo.

Intanto, il calcio al femminile sarà il primo sport italiano con donne protagoniste a diventare professionista nel nostro paese. Lo diventerà dalla stagione 2022/23, quindi questo ultimo anno da dilettanti sarà molto importante per preparare al meglio questa svolta storica.

Al riguardo vi è già un Tavolo Tecnico composto da legali di tutto il sistema calcio che lavora alle NOIF (norme organizzative interne FIGC) e alla stesura dell’accordo collettivo, tenendo conto della proiezione dei costi per i Club di Serie A e della necessità di definire l’obiettivo della Serie B, affinché le giovani calciatrici provenienti in prestito dalle società professionistiche possano essere tesserate e completare il loro percorso di formazione calcistica in un contesto regolamentare e tecnico finalizzato alla loro crescita.

I prossimi saranno anni di grandi cambiamenti e conquiste, finalmente all’insegna dell’uguaglianza e dell’inclusione, in tutti i settori.

 

 

 

 

 

Avvocato Alessandro Numini