Quando Teresa si arrabbiò con dio di Alejandro Jodorowsky

Quando Teresa si arrabbiò con dio di Alejandro Jodorowsky

Di che tipo di autobiografia si tratti in Quando Teresa si arrabbiò con dio, Jodorowsky ce lo chiarisce nel prologo.

Tutti i personaggi, luoghi e avvenimenti (benché a volte l’ordine cronologico sia alterato) sono reali. Ma questa realtà è trasformata ed esaltata fino a diventare mito. Il nostro albero genealogico da un lato è una trappola che limita i nostri pensieri, emozioni, desideri e vita materiale… e dall’altro è il tesoro che racchiude la maggior parte dei nostri valori. Oltre a essere un romanzo, questo libro è un lavoro che, se riuscito, aspira a servire da esempio affinché ogni lettore possa seguirlo trasformando attraverso il perdono la propria memoria familiare in leggenda eroica.


E cos’altro sarebbe questa dichiarazione se non il desiderio di affabulazione che sempre è nutrito di spunti colti dal proprio vissuto propri di ogni storia? Ma qui c’è forse qualcosa di più, che è stato definito psicomagia, un surreale ammantato di una religiosità magica che tende ad edulcorare la tristezza della vita, tanto da rendercela accettabile o persino piacevole, quantomeno nel racconto. Così i pogrom (in Ucraina), gli affronti della natura (l’esondazione del Dnepr), le tradizioni retrive che opprimono (il divieto di matrimoni misti per gli ebrei), le tare mentali che uccidono, gli stenti quotidiani e persino il fallimento del Cile si trasformano in un’epopea familiare, in un viaggio epico, costellato di figure eroiche, di personaggi angelici e magici. Uno per tutti è la madre, Sara Felicità, 207 centimetri di perfezione bionda, le cui mani emanano effluvi floreali e la bocca sentori di miele, capace persino di donare la vita al futuro marito morente. L’intero romanzo è permeato di un fatalismo positivo in cui ogni storia, ogni incontro è destinato a dare origine al nostro scrittore, narratore in prima persona. Insomma, onirico, sognante, questo romanzo è capace di trasportarci in mondi reali eppure fantastici dove il nostro spirito ne esce pacificato.

Il metodo con cui il mio antenato si faceva amare dalle fiere era semplice: non le forzava mai e faceva dell’addestramento un gioco. Quando volevano mangiare dava loro da mangiare, e se preferivano digiunare non insisteva. Se volevano dormire lasciava che si sdraiassero, e quando andavano in calore lasciava che fornicassero senza disturbarle. Lentamente fece suo il ritmo degli animali, con cautela, con tenerezza. Si lasciò crescere una criniera, mangiò carne cruda e dormì nudo nella gabbia, abbracciato ai suoi leoni… […] Dimenticarono l’ebraico e usarono uno spagnolo limitato a cento parole. I felini ne impararono la maggior parte e in cambio insegnarono ai loro domatori una vasta gamma di ruggiti. Quando terminavano gli esercizi e gli spettacoli, dopo la cena, a mezzanotte, nell’intimità della grande gabbia, umani e animali si sedevano gli uni di fronte agli altri per guardarsi fisso negli occhi. In quei momenti il maestro era il leone.

Buona lettura e buone riflessioni.

Cinzia Di Mauro, autrice catanese di una trilogia di fantascienza Genius (finalista Urania e Delos) Ledizioni Milano, di un noir umoristico La storia vera di un killer nano (segnalato al Premio Calvino e scelto dalla Nabu), di un fantasy orwelliano Casa Bruiswiq, di un thriller sull’alta finanza In cima alle torri e di I love Meteorite, romanzo grottesco su una famiglia e un mondo distopico.
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