“Malinverno” di Domenico Dara

“Malinverno” di Domenico Dara

Il primo impatto con la copertina scuote le cellule nervose svegliate nella loro pausa di quiete. La figura di una sposa dai contorni poco definiti, il suo viso manca di occhi e labbra, quindi nessun accenno di emozione, seppur da sempre l’abito bianco colori con successo le gote di una donna. Dietro di lei il cielo colorato di un blu pauroso pare volerle sussurrare un futuro nefasto, di felicità da rimandare a una data ancora allergica all’inchiostro.

Quando Domenico Dara dà alle stampe “Malinverno”, il suo lettore si accorge presto di stare per entrare in un limbo riservato alla pena di un peccato mai commesso. Lo sguardo sarà accolto da un’atmosfera incline ai colori luttuosi, ben distanti dall’acquerello felice di dipingere le meraviglie della natura.

Qui il grigio è di rigore, si diverte a mostrarsi in tutte le sue sfumature depresse, sembra impossibile, ma l’avventura a cui si sta per andare incontro lo confessa. Il cielo spogliato dal vestito del mare vigila sopra Timpanara, il paese prestato a madre adottiva di carcasse di libri abbandonati a se stessi. Un tempo il paese fu sede di una cartiera, l’odore dell’antica attività è deciso a non partire dal suo paese d’origine. Siamo già dentro le pagine introduttive al romanzo, e le strofe poetiche di una lirica invisibile le senti passeggiare sulla pelle sfiorando le pareti più esposte al fremito dell’intimità.

Domenico Dara affida il timone della storia ad Astolfo Malinverno, il bibliotecario di Timpanara. È un uomo buono, schivo, claudicante per un difetto di nascita (ha una gamba più corta dell’altra) appassionato del suo lavoro a stretto contatto con i libri, medicamenti per placare l’arsura del sapere. Da sua madre ha imparato ad amare le parole, accenni di querce su cui veder ramificare le radici di un futuro consapevole della Verità.

Con la bocca di mia madre che narrava e animava il mondo, come se il mondo esistesse solo nella parola e con la parola, conobbi la vita e imparai ad amare i racconti e a capire presto che uomini e libri narrano in fondo le stesse storie“.

In aggiunta al suo lavoro di bibliotecario, ad Astolfo Malinverno viene affidato il delicato compito di custodire con decoro e serietà le lapidi del cimitero, conferendo dignità a quelle abbandonate dall’uomo dimentico dei suoi affetti più cari. In quel giardino dai fili d’erba affranti ad ogni passaggio di un nuovo ospite addormentato per sempre, il buon Astolfo controlla, ispeziona viali i cui confini sono definiti da cipressi immobili come guardie svizzere.

Solo e isolato da voci e presenze, Astolfo viene ispirato dalle lastre di marmo a interrogare la quotidianità mai contraria alla religione del suo vivere. Decine e decine di lapidi disegnano schemi appannaggio di un rituale sacro in simbiosi con le zolle di terra che ospita il sigillo di una vita, l’una di fianco all’altra per non essere uguali, una lapide attira l’attenzione di Astolfo: bianca come la neve, fredda forse di più, il marmo si presenta al custode del cimitero senza nome e senza data, né di nascita, né di morte. Unico indizio è una foto in bianco e nero di una bellissima donna, anonima per il mondo, dal primo sguardo anima cara alla sensibilità di Astolfo.

L’immagine ha duplicato i lineamenti di un volto sottratto all’entusiasmo, per cederlo in ostaggio alla malinconia rassegnata all’inquietudine sempre in festa. Quel ritratto anonimo offerto alla vista del passante viene battezzato dal custode con il nome di Emma. Già innamorato dal personaggio nato dalla penna di Gustave Flaubert, Emma Bovary, Astolfo viene folgorato per la seconda volta da una bellissima donna viva solo sulla carta, proprio come Madame Emma dello scrittore francese. Quale romanzo nega il sogno costretto a nutrirsi di fantasie raccontate da voci mute e da parole consegnate alla stampa?

Mi piaceva l’idea che ci fosse come una connessione tra i libri e le persone, che un disegno avesse deciso e preparato il loro appuntamento, previsto l’innesto. Come il mio incontro con Emma. Assecondando la legge dell’incastro, i libri giusti al momento giusto. Questa lettura tornava nella mia vita ogni volta che avevo bisogno di consolazione, quando avvertivo cioè la necessità di annacquare la mia tristezza nel mondo e sentirmi così parte dell’umanità illusa e dolente”.

Astolfo Malinverno, bibliotecario e custode del cimitero, conosce la traiettoria del viaggio eterno tra i cipressi e l’immortalità del sapere tra i libri catalogati sugli scaffali a disposizione del lettore.

Nascita e morte hanno un centro comune nel doloroso travaglio del primo e dell’ultimo respiro, né l’uno né l’altro avranno il tempo di godere delle gioie in sospeso. Le mani tese alla malinconia trovano casa in un abbraccio convinto di trovare riposo nella riflessione, piuttosto che nell’umanità ormai incurabile. Troppe le ferite trascurate, sentimenti lasciati sanguinare come l’amore sconosciuto al cuore di Astolfo Malinverno, claudicante al pari del suo passo. Lui correre non può, ma a che serve la fretta se manca la destinazione?

È inevitabile che il bibliotecario-custode del cimitero accosti idealmente la polvere dei libri alla compassione di cenere dietro le lapidi per disegno di Dio. “Perché se il destino dei libri è morire come esseri viventi, anche gli uomini, quando smettono di respirare, non diventano che storie“.

La letteratura protegge la memoria dall’incrocio mentale senza semaforo, le coperte di carta tentano di scoraggiare la fretta del neurone in pensione, solo tanto disordine nella notte a pugni con le lancette in corsa.

Timido per carattere, visionario per inclinazione, Astolfo si ritrova a vivere lì dove la parola riposa eterna e allo stesso tempo dove l’uomo farà a meno della sua voce perché Dio conosce da sempre l’eco delle più intime preghiere.

La donna senza nome gli farà da ombra nella ricerca della figura felice di raddoppiare quel passo malfermo in solitudine. Da uomo virtuoso, Astolfo si tiene lontano dal preferire una presenza gentile al patrimonio letterario generoso nel dispensare un numero indecifrabile di storie, amori, felicità consegnate alla memoria senza morte.

Chi mai può seppellire un libro ignorando che a primavera inoltrata fiorirà una virgola da una pagina ingiallita? Il seme della fantasia sceglie con cura la mente dove far germogliare le righe del sapere, mute a contatto con l’aria, logorroiche con le cellule a scuola di virtù. Attraverso le storie dalle radici solide si impara a sopravvivere alla ressa delle futilità pericoloso tsunami della ragione, ecco che il romanzo di Domenico Dara celebra la “vitam aeternam” della letteratura, della solitudine dotta di Astolfo e non solo.

 

 

 

Credit: Pinterest