“Le Gattoparde” di Stefania Aphel Barzini

“Le Gattoparde” di Stefania Aphel Barzini

Il ricordo alimenta la fiamma del tempo inciampato nella penombra. Del buio indeciso si ha paura perché incoraggia battiti scomposti e una promessa di luce che di certo ritratterà senza pudore.

Il secolo scorso ha fatto da balia a donne relegate dietro le imposte di un focolare domestico avaro di cielo. Protette da grate invisibili incaricate di vigilare l’onore delle caste sottane, le labbra gentili sussurrano segreti ai cuscini di lino. Gli uomini della famiglia, dei in miniatura, siedono a capotavola al pranzo della domenica. Re senza regno, padroni di sè, questo tutto il loro dominio esteso a macchia d’olio fino a che l’ego non cerca e trova riposo.


“Le Gattoparde” di Stefania Aphel Barzini adotta con profitto una lente d’ingrandimento sulla condizione femminile durante il viaggio delle lancette sempre con la valigia in mano.

Donne solo apparentemente fragili imparano in fretta ad asciugare le lacrime versate sul cuscino della pazienza, notte dopo notte, desideri costretti ad andare in letargo si consegnano alle prime ore dell’alba freschi di candida menzogna. Illusioni deluse abitano il viso di Agata, aristocratica discendente della famiglia Piccolo, figlia della baronessa Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò.

È lei la narratrice degli affetti e degli affanni di Villa Piccolo, ospite fissa dei salotti nobili di Palermo. Con certosina attenzione Agata presenta una per una le donne della sua famiglia condannate nel loro carapace infelice a causa di “Gattopardi” in possesso dell’autorevole grado di comando.

Giovanna Filangeri Merli Clerici di Cutò, sposa di Lucio Mastrogiovanni Tasca Lanza conte d’Almerita, ebbe da lui otto figli. Madri, figli legittimi e illegittimi, spose infelici, tradite, uccise da un destino firmato sull’altare. Agata, Giulia, Maria, Beatrice, Lina, Teresa, la piccola Pia, fiore appena sbocciato, dalla malattia crudelmente reciso. E poi le sfortunate zitelle rinchiuse nelle cucine a sfornare succulenti pietanze, grate a sorelle e cognati ben disposti a tenerle con sè sotto lo stesso tetto. Le ricette della tradizione culinaria rappresentano un’oasi protetta dove gli sfarzosi allestimenti delle tavole sono simbolo d’appartenenza alla vetta della scala gerarchica.

A Palermo Villa Piccolo impera sulle disgrazie del popolo ridotto in miseria, non si arresta il via vai di sventurati sotto le nobili finestre per mendicare un pezzo di pane. Quando la vita soffre di superbia, illude rimpinzando le tasche prima di strapparle alle mani bramose di possesso.

Ci vuole poco a sgretolare l’eccesso accumulato in anni di eredità sottratte ai legittimi successori o peggio, dilapidate al gioco tra le braccia di donne disponibili ad ogni genere di peccato. Agata apre i cassetti della memoria chiusi a chiave per mantenere intatte le virtù, pura ipocrisia, uno dopo l’altro vengono esibiti vizi e peccati nascosti sotto il vessillo aristocratico refrattario alle colpe. La nobiltà innanzitutto.

La gestione dei patrimoni delle ragazze viene affidata al novello sposo attraverso accordi prematrimoniali che sanciscono l’inizio dell’egemonia maschile sulla donna. Ai piedi dell’altare viene celebrato il battesimo dello sperpero di ingenti capitali. I Gattopardi tradiscono il velo nuziale con eccessiva leggerezza, le Gattoparde si lasciano amare da vendette consolatrici dell’offesa. Donne messe alla prova di amori amari recitano la loro vita aspettando l’applauso finale che non ci sarà mai.

Stefania Aphel Barzini onora il suo romanzo citando due nomi illustri della città di Palermo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo: Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Franca Florio. L’ascesa sociale, politica e intellettuale del Principe Fabrizio Salina non conobbe l’orgoglio del suo autore perché la morte lo trovò nel 1957, un anno prima che il capolavoro fosse pubblicato.

Franca Florio fu un’affascinante gentildonna discendente da una delle più antiche famiglie aristocratiche siciliane. Dalle nozze con Ignazio Florio, imprenditore ed erede di un impero economico, fu assidua frequentatrice del bel mondo di una Palermo invaghita di lussi, nonchè avvezza ai salotti riservati alle personalità dell’epoca. Nomi illustri come Pier Paolo Pasolini, Eugenio Montale, Leonardo Sciascia furono spesso ospiti di Villa Piccolo, considerata da tutti il centro privilegiato di una élite del potere economico, sociale e culturale della città.
“Avevano fretta di essere felici come se sapessero di non poterlo essere a lungo. Una fretta che era stata la loro maledizione”.

Non concede ritardo la strada del non ritorno quando arriva il momento di contare le lapidi sulle quali è inciso lo stesso cognome.
L’eremo nobile di Capo d’Orlando dove trova ristoro il residuo di una grande famiglia siede da testimone nel tribunale della memoria.
Agata, Casimiro e Lucio, si ritrovano in tre ma essenzialmente da soli a convivere con i fantasmi del passato, sulla zattera che non salverà nessuno. Lontano da Palermo trascorrono gli ultimi anni di vita inseguiti da lucide follie, il chiodo infilzato nella croce della miseria conquista il cassetto della ragione.

“Qui abbiamo creato il nostro universo, una vita parallela fatta dei tanti residui delle nostre esistenze, la nostra non è una casa ma un museo vivente, un regno immaginario. Un luogo incantato, battuto dal vento, legato alle ombre”.

Quella di Isabel Aphel Barzini è una letteratura arricchita dal profumo poetico di una narrazione rigorosa nella cura dell’accesso al romanzo, dall’albero genealogico della famiglia Piccolo ai diletti spazzati via dalle sciagure storiche di fine secolo. La biografia non trascura di raccontare l’orrore del terremoto di Messina nel 1908 in cui perse la vita Lina, “la zia equilibrata, saggia, tranquilla, a cui era facile voler bene”, l’epidemia di colera nel 1854-1855 a Palermo, la missione spaziale che portò l’uomo sulla Luna nel 1969.

Un romanzo completo di riferimenti storici e culturali merita di essere annoverato tra le più interessanti pubblicazioni di questi ultimi mesi.
Già da qualche tempo, risulta evidente l’interesse degli editori a pubblicare biografie delle più facoltose e aristocratiche famiglie siciliane del secolo scorso. A questo proposito è doveroso citare i romanzi best seller di Stefania Auci sull’ascesa al potere economico e sociale della famiglia Florio e la vasta produzione letteraria di Simonetta Agnello Hornby, scrittrice di origine palermitana ma londinese d’adozione, le cui opere sono da sempre in vetta delle più prestigiose classifiche di narrativa italiana.

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