La magia di Banksy: il suo mito dietro il nome

La magia di Banksy: il suo mito dietro il nome

L’arte più politica del mondo, per trent’anni, non ha avuto nome. O meglio, ha sempre e solo risposto a quello di Banksy.

Il 13 marzo 2026, però, esce un’inchiesta di Reuters, in grado di svelare chi si nasconde dietro la grandezza ed il magnetismo di quelle opere, che spezza l’incantesimo.

Banksy, ricerche ed interviste per ottenere un nome

Una serie di murales, nell’autunno del 2022, iniziano ad incantare i civili fra le macerie ucraine, opere che colorano il cuore devastato di una città distrutta dalla guerra russa. Le opere sono svariate, disseminate fra Kiev, la capitale, e luoghi di periferia, ferme lì a levare in coro la stessa voce, quella che rende ancora vivida la voglia di libertà fra gli edifici distrutti.

Mentre Banksy ne reclama la paternità, data la loro popolarità sui social, i giornalisti Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison indagano continuamente sulla sua identità: intervistano, analizzano fotografie, cercano ovunque indizi che possano ricondurre al volto dello street artista.

Risalgono in questo modo al settembre 2000, New York, quando un uomo viene arrestato mentre deturpa un cartellone pubblicitario. Quell’uomo, che racconta tutto l’evento con una dichiarazione autografa, è Robin Gunningham.

Un nome già circolato nel 2008 quando il Mail on Sunday aveva pubblicato un’inchiesta in cui identificava proprio in Robin Gunningham il volto dietro al nome d’arte: Banksy.

Il desiderio di mantenere segreta l’identità

La notizia venne dimenticata e Banksy cambiò legalmente il proprio nome da Robin Gunningham a David Jones, tentando così di raggirare la stampa. Essa a questo punto avrebbe avuto in mano un pugno di mosche, non più il nome di uno dei più grandi artisti del nostro secolo.

Con questo gesto l’artista dimostrò, già a suo tempo, come non fosse presente fra i suoi voleri rendere nota la sua identità. Tenta, quindi, di spiegare nel modo più silenzioso possibile che l’arma più grande che possiede è proprio la maschera di cui tentano di privarlo.

La nuova inchiesta, appena pubblicata, costringe l’avvocato di Banksy a rimarcare questo concetto. Dichiara, infatti, che la privacy riguardo l’identità del suo cliente ne protegge la libertà di espressione, dato il rischio di ritorsioni da parte dei poteri forti.

Banksy quindi, a differenza di un comune cittadino perseguibile, può urlare ciò che a loro non è concesso, perché non è un volto che può essere zittito, ma un mito.

I muri del mondo come volto

Ogni volta che qualcuno ha tentato di dare un volto alla leggenda artistica più grande dell’arte contemporanea, è riuscito a ricordarci che probabilmente la bellezza del suo operato non sta solo in quello che gli occhi osservano ma anche, e soprattutto, nella magia che c’è dietro ciò che le sue mani sanno creare, senza sapere a chi appartengano.

Un mito, una voce, non un volto, che silenziosa fa emergere, parlando con i colori, il marcio della nostra società ed il dolore delle persone comuni, uniti alla speranza di vita e libertà. Libertà insita nei suoi murales (per antonomasia opera d’arte ribelle senza cornice) e nell’alter ego in cui ha deciso di rifugiarsi.

Adesso che tutto il mondo sa chi è, Robin Gunningham, classe 1973, rimarrà ugualmente Banksy.

Articolo redatto da Giorgia Giuffrida